Superga 70 anni dopo, Grande Torino lo era già: quel 4 maggio divenne leggenda

venerdì 3 maggio 16:15 - di Mario Aldo Stilton

Grande Torino lo era già. Non c’era nessun bisogno di quel dannato 4 maggio 1949. Grande Torino lo era già perchè da 5 anni s’appuntava lo scudetto di campione d’Italia. La guerra e il suo epilogo, il dolore e la ricostruzione, i drammi e i sogni e gli odii di un conflitto persino fratricida, ogni domenica andavano in pausa, si allentavano giusto quei novanta minuti passati ad ascoltare la palpitante radiocronaca di Nicolò Carosio (che quel volo lo perse per la cresima del figlio!) che raccontava, come nessun altro mai, a quell’Italia ancora dolorosa e inquieta delle mirabili geometrie disegnate sul terreno di gioco da quei ragazzi imbattibili in maglia granata del magiaro “Ernest” Erbstein. Grande Torino lo era già perchè tutti sapevano tutto di Bacigalupo e di Ballarin, di Gabetto e di Loik, di Ossola e Valentino Mazzola; tutti, anche se non erano di fede granata, anche se tifavano Juve o Inter o Roma o Palermo. Perchè quella squadra di calcio che pochi avevano visto, ma di cui ognuno aveva letto e sentito, riempiva eccome l’immaginario di una comunità ancora frastornata dalla tragedia, ma già pronta per la sua razione di normalità. Grande Torino lo era già anche per il cuore, prima ancora che diventasse il motto della sua curva: “Vecchio Cuore Granata”. Perchè quella trasferta in Portogallo, per giocare contro i ragazzi del Benfica i pentacampioni d’Italia l’avevano accettata proprio per puro altruismo: per aiutare, con l’incasso, Francisco Ferreira, capitano dei lusitani in gravi ambasce economiche. Si, Grande Torino lo era già ben prima di quel dannato pomeriggio di maggio, quando l’aereo che lo riportava a casa si schiantò sulla collina di Superga. Lì, divenne leggenda.

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