Strage di Bologna tra piste inconcludenti e perplessità sui due nuovi indizi

mercoledì 29 maggio 14:08 - di Massimiliano Mazzanti
Strage Bologna

La breve, ma incisiva nota di Federico Mollicone riassume, se si vuole, tutto il (non) significato del processo che stancamente si trascina a Bologna per la strage del 2 agosto 1980 e che vede – a dibattimento aperto – anche la prosecuzione di altre indagini da parte della Procura generale. In sintesi, il parlamentare di Fratelli d’Italia si è chiesto e chiede che senso abbia revocare proscioglimenti pronunciati nell’ormai lontanissimo 1992, per di più per ricominciare a battere piste sterili e inconcludenti, mentre, da un’altra parte, si continua a negare l’accesso a documenti secretati e che riguarderebbero il famigerato “lodo Moro” e, impedendo di esplorare compiutamente l’unica pista alternativa che, semmai, avrebbe senso percorrere. D’altro canto, a Bologna continuano ad accadere cose che, in qualsiasi altro ordinamento giudiziario del mondo (anche del “terzo” e del “quarto”) non sarebbero nemmeno immaginabili. La nuova indagine che riporta all’attenzione degli inquirenti Paolo Bellini – l’ex-militante di Avanguardia nazionale dal passato oscuro e poi “pentitosi” – si fonda su due indizi che rendono a dir poco perplessi. Il primo, un fotogramma sfocato – di cui abbiamo giù precedente parlato -, in cui appare un capellone coi baffi “moustache walrus” che, tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, avrebbe potuto assomigliare a circa 3 o 4 milioni di giovani, ragazzi e uomini. Il secondo, un’intercettazione “ambientale”, in cui Carlo Maria Maggi direbbe al figlio qualcosa di non chiaramente percettibile – almeno è questo il ricordo del professor Mauro Ronco, difensore dello stesso Maggi, il quale oggi resta molto perplesso dell’importanza che viene data a un’intercettazione che per anni e anni è stata ritenuta irrilevante – e in cui verrebbe pronunciata la parola “aviere”. Ora, Maggi è morto e, quindi, cosa abbia voluto intendere con quella frase appuntata in un verbale sarà difficile chiederglielo. Così come sarà impossibile chiedergli se abbia pronunciato proprio la parola “aviere” ed eventualmente a chi si riferisse. Questo non scoraggia gli investigatori, però, per i quali “aviere” potrebbe appunto essere il “chiaro” riferimento a Paolo Bellini, il quale aveva il brevetto di pilota. Questo hanno in mano gli inquirenti, per riaprire un’indagine che i loro colleghi del ’92 avevano già ampiamente chiusa. Non hanno nemmeno un vocabolario, evidentemente, gli “Sherlock” della Procura generale, poiché, se ce l’avessero, avrebbero almeno il dubbio che “aviere” – parola non proprio d’uso quotidiano e che può appunto campeggiare sulle labbra di un esperto di cose militari – non indica mai qualcuno che pilota o possa pilotare un aeroplano, bensì qualcuno impiegato nei servizi aeroportuali di terra. Ma a Bologna, si sa, anche l’Italiano è “malleabile”…

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