Mag 02 2019

Antonio Pannullo @ 20:05

Pavan, l’alpino fascista che andò alla sua fucilazione cantando in faccia ai partigiani. Che ne sfigurarono il cadavere

Il 2 maggio del 1945, a guerra finita, cinque alpini della Rsi, Adriano Adami, Giorgio Geminiani, Mario Frison, Guglielmo Lanza, Alberto Alongi, dopo un processo-farsa dei partigiani, si diressero alla loro fucilazione cantando. L’eccidio avvenne a Saluzzo, e i giovani erano tutti inquadrati nella divisione alpini Monterosa della Repubblica Sociale Italiana. È una delle stragi più efferate e meno conosciute della storia della guerra civile italiana, e vale la pena raccontarla. Anche perché, come moltissime altre commesse dai partigiani, non ebbe un colpevole. La storia si incentra sulla figura del perugino Adriano Adami, nome di battaglia Pavan, che già si era distinto per valore e coraggio sul fronte balcanico, dove si era recato volontario e dove aveva ricevuto un encomio solenne e una Croce di guerra. Ricoverato a Perugia per aver contratto la malaria, saputo nel luglio del 1943 che il suo reparto era al fronte, lasciò l’ospedale febbricitante per raggiungerlo. Tornato a Perugia, aderì immediatamente alla Repubblica Sociale. Dopo aver seguito un corso di addestramento in Germania, fu inquadrato nella IV Divisione alpina Monterosa, venendo destinato al fronte della Garfagnana, ottenendo una Medaglia d’argento e una Croce di ferro tedesca di II classe. Successivamente fu trasferito in Liguria, a Torriglia, dove fu impiegato in azioni di cosiddetta controbanda, ossia anti guerriglia partigiana. Qui Adami fu preso prigioniero dai partigiani bianchi che gli offrirono di cambiare bandiera, cosa che lui rifiutò, riuscendo successivamente a scappare e a tornare a Genova.

Adami Pavan si distinse per la “controbanda” nel Cuneese

Poi la Monterosa fu trasferita nelle valli piemontesi, in Val Varaita. Era il novembre 1944. Qui Adami si distinse per la guerra anti-partigiana, riuscendo in più di un’occasione a mettere in difficoltà le bande partigiane. Alla testa di circa 60 uomini ben equipaggiati e determinati, Pavan portò lo scompiglio in tutto il Cuneese per molti mesi, riuscendo a far arretrare i partigiani. Pavan fu accusato di ferocia, ma non sembra vero: una volta portò all’ospedale di Saluzzo un partigiano ferito che poi fu liberato dai suoi compagni, ma quando i partigiani catturarono un alpino, lo fucilarono. Pavan fu poi accusato di aver dato alle fiamme diversi centri della zona, ma in realtà gli incendi erano avvenuti quando Adami non era ancora arrivato nella regione. Tutto falso, dunque. Il 26 aprile 1945 il battaglione Bassano si arrese ai partigiani, ma molti degli alpini che avevano deposto le armi furono fucilati, come al solito senza processo. Catturato a Crissolo, Adami fu costretto a girare per vari paesi con una corda al collo, insultato, malmenato e dileggiato dalla popolazione, poiché i partigiani, inferociti per i suoi risultati in battaglia, lo accusavano delle atrocità più inverosimili, mentre erano loro che ad esempio soppressero un alpino perché ferito gravemente. Trasferiti nel carcere di Saluzzo, Adami e gli altri furono lungamente torturati e picchiati e poiché non si riusciva a trovare un capo di imputazione credibile, fu estorta con lo stupro e la violenza alla sua fidanzata, Marcella Catrani, un’ausiliaria della Rsi, l’accusa di averla denudata. Nei mesi successivi la Catrani rimase nelle carceri partigiane dove fu ripetutamente sottoposta a violenze. Il processo, come detto, fu un’autentica farsa: i “giudici” erano partigiani che si qualificarono solo per nome, non volendo firmarsi, tra i quali sembra ci fosse anche Giorgio Bocca. Ovviamente Adami e gli altri quattro suoi camerati furono condannati a morte, per crimini inesistenti e questo denudamento di una donna, accusa falsa anch’essa. Condotto alla caserma Musso, Pavan e gli altri quattro cantavano andando verso il muro dell’esecuzione. Furono fucilati alla schiena e poi si accanirono sul corpo di Adami, sfigurandolo. Persino il biglietto che Adami aveva consegnato al parroco per i suoi genitori fu confiscato dai partigiani e distrutto. Il 5 maggio, poi, altri 12 alpini si arresero a Casteldelfino ottenendo la promessa di avere salva la vita, ma furono sommariamente fucilati dai partigiani. L’episodio ha una coda: nel gennaio del 1949 l’avvocato Andrea Mitolo, ex capitano della divisione Bassano, denunciò i reponsabili del Cln di Saluzzo per omicidio e strage, ma nel 1950 il tribunale di Saluzzo dichiarò il non luogo a procedere con la motivazione che “dalle indagini esperite era emerso inequivocabile che si trattava di un’azione di guerra per necessità di lotta contro il tedesco invasore”… E poi ci parlano di 25 aprile.