La triste parabola dei 5Stelle: dalle dirette “streaming” alle verifiche di governo

mercoledì 29 maggio 17:53 - di Marzio Dalla Casta

In principio fu lo streaming, versione grillina e maligna del “bello della diretta” con cui conduttori e giornalisti sdoganano in tv imprevisti, fuori onda e risposte scioccanti. Ma in principio lo streaming fu soprattutto la continuazione con altri mezzi dell’apertura a mo’ di scatoletta di tonno del Palazzo per mostrarne vizi, vezzi e privilegi. Bersani ne fu la prima, illustre, vittima. Ricordate? Reduce dalla clamorosa «non vittoria» alle elezioni del 2013, l’allora segretario del Pd pensò bene di rifarsi invocando il sostegno dei Cinquestelle. In compenso, accettò la condizione di Grillo di sottoporsi ad un faccia a faccia in diretta streaming con una delegazione pentastellata appena scesa dall’albero. E ne uscì a pezzi. Al contrario dei suoi primitivi interlocutori, cui non sembrò vero farsi beffe di quel leader malridotto e già dimezzato e rendere ancor più marcata la distanza tra vecchio e nuovo, tra Casta e popolo, tra professionisti della politica e parvenu del Palazzo. Sei anni appena sono passati da quei gloriosi fasti, ma sembra un secolo. Nel frattempo lo streaming é evaporato e i grillini si ritrovano a parlare con lingua biforcuta in tutto identici ai loro antichi nemici: invocano vertici, discettano di rimpasto e non escludono la verifica. Praticamente hanno adottato tutto lo scialbo frasario che già la Seconda repubblica aveva bandito e che ora ritorna paradossalmente di moda grazie alla Terza. Ma c’è poco da meravigliarsi: il linguaggio dei grillini ha solo seguito l’evoluzione (o L’ involuzione, se si crede) del capo politico Luigi Di Maio. E come lui è troppo pettinato, troppo in grisaglia, cravatta e sorriso di serie per risultare accattivante, seducente o semplicemente votabile. Ma ormai è quella la via. Dopo tutto, Giggino piace anche a Salvini che tra il lusco e il brusco ha diffidato il M5S dal disarcionarlo in favore del più pimpante Di Battista. «Se va via lui, cade il governo», ha tuonato il leghista dall’alto del suo consenso. E i grillini, ormai al riparo dello streaming e ben incollati alla poltrona, tremarono.

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