La lunga Penna degli Alpini, simbolo di una Nazione unita

domenica 12 maggio 14:00 - di Luca Acerbo

L’unico evento memoriale in cui gli Italiani si sentono e si riconoscono uniti da un vincolo non eludibile nella realtà concreta di Nazione, non c’è dubbio, è la meravigliosa adunata degli Alpini, che ogni anno ridesta di colori, ricordi ed emozioni le strade e le piazze di una città della Penisola. Oggi a Milano. nel centenario dell’Associazione Alpini. duecentocinquantamila Italiani con la lunga penna nera inalberata   sul cappello di feltro grigioverde, reduci incanutiti di guerre lontane, cinquantenni sempre in gamba, trentenni baldanzosi, bimbe con la manina stretta in quella del nonno, sfilano dal Castello Sforzesco fino alla piazza del Duomo, marciando col passo solenne d’ordinanza, cantando in coro canzoni vibranti di ricordi, “Sul cappello che noi portiamo”, “Il testamento del capitano” e “Sul Ponte di Perati”, canti che fanno ormai parte profonda della nostra arte popolare. Ed altri trecentomila Italiani fanno ala alla festa con nel cuore un’unica e grande emozione. Ma molti altri milioni di Italiani saranno col cuore, sulle onde di una tv finalmente festosa e gioiosa, accanto a loro. accomunati nella favola bella dell’Alpino. Perché, come scrive oggi sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo   “gli alpini rappresentano un pezzo fondamentale dell’identità italiana”. In quella penna nera, una penna di un umile volatile comune delle alte vette, noi ritroviamo il mito ed il sogno di quella terra dei Padri che si chiama Patria. E le divisioni faziose di ieri e di oggi, come in un incanto, sfumano nell’ombra   delle cose sgradevoli e, in sostanza, desolatamente sprovviste di un vero valore fondante.

Sulla storia leggendaria ed epica vissuta dal Corpo degli Alpini e dalla divisione Julia in terra russa nel 1942, anticipiamo una pagina del nuovo romanzo-amarcord di Carlo Cozzi, che uscirà nelle librerie a fine ottobre. Un studentessa adolescente del Liceo Mamiani , un giorno del 1992 ha appena finito di leggere, nella biblioteca dell’istituto romano, una pagina del libro Centomila gavette di ghiaccio. Il suo autore, Giulio Bedeschi, prese parte, com’è noto, con la divisa di tenente medico al disperato, epico ripiegamento della Julia, stretta con tutta l’armata Alpina in uno schiacciante accerchiamento dai carri armati dall’Armata Rossa nel gelo letale dell’inverno della steppa. “Soltanto il Corpo d’armata alpino – ha letto con stupore – deve ritenersi imbattuto sul suolo di Russia”, lo affermava il bollettino dell’ 89 febbraio 1943 del Comando supremo sovietico. Ma un piccola lacrima è spuntata sugli occhioni incantati della biondina tredicenne del Liceo Mamiani quando ha letto la scena drammatica dell’ultimo scontro della Julia, che esce tragicamente imbattuta dalla battaglia. E gli alpini sopravvissuti potranno così rivedere la terra patria. Una ventina di giganteschi carri armati T34 incrociano dove si più si addensano i reparti alpini e ruotano inesorabilmente i cingoli e le decine di tonnellate d’acciaio della loro mole sugli uomini ancora vivi . Ufficiali e alpini cadono a centinaia e l’ecatombe fa sentire imminente la carneficina finale. Nel libro di Bedeschi, la fanciulla aveva letto una pagina impressionante. “Tutti i vivi all’assalto! – ruggì allora il colonnello Verdottti estraendo la rivoltella – Il mio gruppo alla baionetta con me, fra tre minuti! Abbandonare tutto, tutti all’assalto!     – Savoia! – urlò il colonnello dopo aver raggiunto la testa dello schieramento alpino che ormai vibrava di un’unica e disperata volontà.   – Savoiaaa! – rlarono come folli gli armati, seguendo il comandante. E una torma disperata s’avvento verso il nemico, spaventosa d’inaudita volontà, dolorante e pazza, sospinta dal delirio di voler scavalcare la morte o abbracciarla: dietro i primi, sorsero dalla neve e si slanciarono avanti in un miscuglio indicibile mitraglieri rimasti senz’arma, furieri, telefonisti, graduati, infermieri, conducenti, medici, uomini delle salmerie, artiglieri dal pezzo frantumato. Gli ufficiali trasmisero l’ordine che in pochi istanti dilagò fra le slitte, nei posti di medicazione, sulla neve dovunque esistesse un alpino in condizione di reggersi in oiedi, straripò raggiungendo gli altri reparti, elettrizzò ogni uomo, rinfrancò chi già combatteva.     “Savoiaaa,,,! – gridò al terzo minuto il colonnello Verdotti, strappando con i denti la sicura a una bomba a mano e , buttandosi innanzi, circondato dall’aiutante e dagli altri ufficiali.     “Savoiaaa…! Urlarono come folli gli alpini, seguendo il comandante …

Sono passati cinquant’anni da quel tragico fatto bellico – è una pagina del libro che anticipiamo -. Nell’austera biblioteca del Mamiani, la professoressa di lettere si avvicina alla sua giovanissima allieva in jeans. Si meraviglia che abbia scelto di leggere proprio quel testo di memorie di guerra. Con un sorriso d’incoraggiamento, le chiede se il libro le sia piaciuto.   La biondina, che con la sua prof ha un rapporto felice, aperto, le racconta con innocente franchezza:

 

in agosto ha passato due settimane in vacanza coi genitori in Trentino, in una località della Val di Non. Li ha fatto presto amicizia con un coetaneo simpatico e carino, figlio dell’albergatorr del rifugio dove avevano soggiornato. Era stata una vacanza serena e divertente. Un girno, mentre passeggiavano insieme lungo le rive di un laghetto da favola,scintillante dei riflessi verde smeraldo delle abetaie affacciate fino alla riva dello specchio d’acqua,avevano riso tanto delle birichinate dei compagni di classe. Poi, dopo essersi avventurati sulle travi traballanti di un ponticello di legno gettato vertiginosamente sulle trasparenze argentate di un limpido ruscello, avevano ammirato i riverberi d’arcobaleno sul getto schiumoso di una scrosciante cascata. Ad un tratto, il ragazzo si era fermato e, il viso improvvisamente divenuto serio e pensieroso, aveva additato alla fanciulla, con il dito indice, una macchia scura di cipressi, lontano, sul declivio nascente della montagna. “Guarda – aveva detto con tono sicuro – Quelloè il cimitero dove riposano i nostri vecchi. E’ un giardino fiorito e non mette paura. Io ci vado qualche volta, quando esco da scuola, a mettre un fiore di campo sulla tomba del mio bisnonno. Una sera d’inverno, davanti al fuoco crepitante del camino, mio nonno una storia dal sapore avventuroso e incantato delle antiche leggende di montagna. Una mattina,mi narrò, suo padre era ritornato dalla bguerra. Si avvicinava la primavera, sui prati spuntavano le pratoline e una tradotta loaveva riportato in patria dalla Russia. Il ragazzo era rimasto colpito dallo strano rigonfiamento che piegava la giubba grigioverde sulla sinistra,con la manica vuota infilata nella tasca. Il genitore, aveva continua tona ra contare il nonno, aveva perdut oil braccio sinistro in battaglia, quando una raffica di mitraglia gli aveva troncato quasi di netto l’arto. Risvegliatosi dallo svenimento, aveva aggiunto il nonno, suo padre si era ritrovato sdraiato nella neve sporca e fangosa, Aveva visto avvicinarsi l’ombra terrificante di un gigantesco carro armato russo. Mentre si trascinava nella melma, con il troncone appeso e sanguinante del braccio ferito, per non essere stritolato, Aveva visto a portata di mano una splendida mina magnetica abbandonata nella neve. Una frazione di secondo: aveva afferrato con le ultime forze residue l’ordigno e lo aveva lanciato fra i cingoli d’acciaio del mezzo corazzato, che era esploso in un inferno di fuoco. Tutti nel apdese lpo rispettavano e dicevano che in Russia si efra comportato da eroe. Quando si era spento, a novantadue anni, aveva volutoi essere seppellito con indossa la camiciola coloratissima del montanari e sul petto il cappello floscio di feltro grigioverde con la lunga penna nera infilata da un lato. Era un Alpino della Julia. “Sulla sua tomba – aveva conclusi con fierezza il ragazzo – non manca mai un mazzolino fragrante di fiori di campo”

 Il “Corriere della sera” ha intitolato il supplemento dedicato oggi alla Festa degli Alpini: “Adunata nella storia”. Nella storia unitaria d’Italia la leggenda bella dell’Alpino occupa un posto fondamentale. Se, come disse –

         Indro Montanelli “un popolo che ignora la sua storia non ha nemmeno un futuro”, affidiamo ai nostri nipoti il ricordo di queste gesta compiute con semplicità, senza le trombe della retorica , tramandiamo queste pagine degne di essere cantate da Omero, mitiche come la battaglia delle Termopili. Inchiniamoci di fronte all’Alpino di ieri, di oggi e di domani, sempre pronto ad accorrere per primo in aiuto dei fratelli percossi dalle catastrofi naturali, dal Vajont al terremoto dell’Aquila.  Grazie  fratello Alpino!

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