Dietro le quinte della storia: così il mangiapreti Carducci “scippò” il Nobel al papista Fogazzaro

sabato 18 Maggio 15:24 - di Massimo Pedroni

La sera del 10 novembre 1906, il barone De Bildt Ambasciatore Svedese in Italia si recava nella residenza bolognese di Giosuè Carducci per comunicargli di essere vincitore del Premio Nobel per la letteratura. Dal 1901, anno inaugurale di assegnazione del premio, questo era il primo riconosciuto all’Italia. Nello stesso 1906 veniva assegnato al medico istologo Camillo Volgi un altro Premio Nobel. Quindi due cittadini italiani, nello stesso anno furono insigniti dell’ambito premio. Contemporaneamente all’ora nella quale a Stoccolma, alla presenza del re Oscar II si svolgeva la cerimonia delle premiazioni, l’Ambasciatore Svedese consegnava a Carducci il telegramma del re “Felicitez de ma part monsieur Giosuè Carducci du prix Nobel qu’ il a si bien merité”. Il barone aggiunse un breve discorso nel quale sottolineava gli ideali di patria,libertà e giustizia, valori costantemente centrali nella produzione letteraria del poeta italiano. Carducci al momento del riconoscimento del prestigioso premio aveva settantadue anni circa. Uomo stanco, duramente provato dalla malattia, che lo porterà alla morte di lì poco 16 febbraio 1907. Nacque il 27 luglio a Valdicastello 1835 Lucca. Vita, segnata da lutti devastanti. Ricordiamo l’imprevedibile, improvvisa morte del piccolissimo figlio Dante cui dedicherà gli strazianti versi di Pianto antico.

Criteri geopolitici

Prima di addentrarci più puntualmente, su alcuni suoi aspetti biografici, quali ad esempio, scelte politiche, poetiche, di insegnamento , vorremmo riportare l’attenzione, sul come si addivenne al conferimento del Premio Nobel per la letteratura proprio a Giosuè Carducci. Tutti i Premi, vivono di retroscena, succosi aneddoti, ricostruzioni più o meno aderenti alla realtà. Talvolta leggende che si tramandano di chiacchiera in chiacchiera. Tutti elementi, ben presenti nel caso dell’assegnazione del Nobel al poeta di Valdicastello. Preliminarmente dobbiamo fare alcune considerazioni, le giurie del Nobel operano in autonomia, ma un’autonomia per così dire delimitata da valutazioni di carattere geopolitico, d’un canto, e dall’altro considerazioni di opportunità inerenti al fatto, che dalla scelta dei premiati non si vadano a urtare suscettibilità politiche, religiose o di altra natura. Come abbiamo già avuto modo di dire, le premiazioni più scivolose in tal senso riguardano l’assegnazione dei Nobel per la Pace e quelli per la Letteratura. Per motivi di equilibri geopolitici era stato stabilito unanimemente, che il Nobel per la Letteratura dovesse essere assegnato all’Italia nel 1906. Dal 1903 si vociferava sul “sublime” Antonio Fogazzaro, quale probabile vincitore “genio poetico più spirituale e più acceso di purissima spiritualità di tutto il nostro tempo” come risulta dai verbali dell’Accademia. Passaggi riportati fedelmente nel libro “La letteratura italiana e il Premio Nobel” pregevole testo di Enrico Tiozzo, docente di letteratura italiana all’Università di Goteborg. Testo nel quale mette in risalto, tra gli altri, anche il seguente “ dietro le quinte”. L’assegnazione a l’autore di “Piccolo mondo antico”, sembrava essere lo sbocco naturale per quanto riguardava il premio per la Letteratura del 1906. Anche la candidatura di Carducci aveva fatto capolino, ma alcuni suoi scritti, in particolare “Inno a Satana” appartenenti alla sua fase repubblicana, mazziniana, anticlericale, di fatto destabilizzanti, per la morale e coscienza del tempo, erano rimasti ben vivi nella considerazione dei giurati. Ma un’imponderabile casualità si frappose tra Fogazzaro e il Nobel. Lo scrittore aveva appena pubblicato “II Santo” libro nel quale l’autore si schierava a favore dei fermenti “modernisti” della Chiesa. Ciò gli costò, oltre a reprimende varie, la messa all’Indice della sua ultima fatica. Ossia nell’elenco dei libri proibiti secondo la valutazione della Chiesa. L’elenco fu soppresso dalla Congregazione per la dottrina per la fede solo nel 1966. Fogazzaro, a fronte di questa ferma posizione assunta dall’autorità ecclesiastica,fece pubblica ammenda. Riconoscendo l’autorevolezza del pronunciamento. Ribadendo pubblicamente la sua obbedienza alla Chiesa di Roma. Questo atteggiamento, ritenuto “papista” irritò immediatamente e irreversibilmente, gli Accademici Svedesi, che nella loro totalità erano protestanti. Questa genuflessione dell’autore di “Piccolo mondo antico “, nei fatti, spalancò improvvisamente allo scrittore toscano la porta per l’assegnazione del premio. Pur rimanendo agli occhi della commissione responsabile di essere portatore di “paganesimo portato all’estremo”.

Da repubblicano a monarchico

Giosuè, era figlio di Michele Carducci e di Ildegonda Celli. Il futuro poeta, mostrò subito di avere un carattere complesso, alcuni dicono selvatico. Nella prima adolescenza, per un paio d’anni fu vittima di febbri. Il padre per fronteggiarle gli somministrava il chinino. “Originò da quella violenta cura la sua impressionabile fantasia sensibilissima.” Fonte Dizionarietto Carducciano. L’adolescenza,e la prima giovinezza del poeta furono contrassegnate da povertà e ristrettezze economiche. Fortunatamente cominciò ad avere entrate economiche dalla attività d’insegnante. La carriera di insegnante, culminò nel 1860 con l’incarico di professore di Eloquenza italiana presso l’Università di Bologna.Cattedra che tenne fino al 1904. Durante questo periodo, l’autore di Inno a Satana, Rime nuove, Odi barbare e tanto altro consolidava la sua fama. La sua poetica, aveva come perno centrale l’amore per la Patria. Che nelle temperie risorgimentali non necessitava di poetiche malinconiche e melense. Bensì di poetiche come quelle di Carducci virili e vitalistiche. Cosa che pagò postuma. Le scelte politiche del grande di Valdicastello, spaziarono da accese posizioni repubblicane, di gioventù, all’abbraccio in età più matura dell’ideale monarchico. Questo slittamento di opzione politica fu graduale, dovuto alla manifesta stima e apprezzamento, espresso dalla regina Margherita di Savoia, nei confronti di Carducci in più sedi e occasioni. La regina lo volle conoscere. Dall’incontro, il poeta rimase estremamente impressionato da “l’eterno femminino” rappresentato ai suoi occhi dalla regina. Così fortemente ispirato da quella esperienza compose “Alla regina d’Italia”. Arcangelo Ghisleri, su “ La rivista repubblicana”, a proposito fulminò Carducci esortandolo ad andare “a scuola di dignità dal Foscolo”. La virata politica dell’autore delle “Odi barbare”, si confermò, nella sua accettazione della nomina di Senatore. In quella veste appoggiò il governo conservatore di Crispi. I valori espressi nel suo lavoro, quali la preminenza assoluta, più volte ribadita,dell’amor patrio, il vitalismo, l’ossequio nei confronti della grandezza della Roma antica, furono tratti distintivi che lo fecero apprezzare durante l’Era FascIsta. Dal dopoguerra in poi le sue quotazioni letterarie cominciarono a scemare vistosamente. Declino che culminò con la definizione di “poeta minore” che gli affibbiò Natalino Sapegno. Critico marxista, iscritto al Pci dal 1944. Partito che abbandonò solo nel 1956 dopo l’invasione Sovietica dell’Ungheria. Visti i tratti salienti, dei convincimenti del critico marxista, non credo che a proposito di Carducci, avrebbe potuto scrivere un giudizio meno frettoloso e categorico. Chissà forse penso male. Più d’uno dice che così facendo si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Che dite ho fatto solo peccato o ci ho anche azzeccato?

 

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