Va difesa l’identità storica. E i ponti di Carrara fanno parte della storia di tutti

domenica 14 aprile 9:17 - di Sergio Los

Dovremmo considerare i ponti di Carrara come parti della rete di architettura civica della Città di Carrara, opere che compongono il suo sistema di spazi comuni che ha operato, analogamente al linguaggio verbale, come linguaggio per immagini di quella città. Un linguaggio che in Italia la cultura cristiana classica ha reso operante per circa un millennio e insegnato agli altri Paesi del pianeta oltre che a molti italiani. Questo linguaggio composito, ha inizio dal IX secolo dC quando quella cultura cristiana superava finalmente (dopo nove secoli di vita e sei come religione dell’impero romano, quando ha inizio la cultura islamica) il divieto ebraico di usare le immagini nella religione e nel proprio progetto morale.

Con l’avvento della riforma e della cultura moderna torniamo all’iconoclastia e alla riconsiderazione di tale linguaggio iconico come una forma estetica, ovvero a immagini ma non referenziali, non cognitive, come erano invece quelle del passato.

Le immagini passano così alla retorica pubblicitaria, ai media televisivi e informatici, in genere, ma escono dalla vita morale politica delle città per diventare cultura mercantile e del tempo libero, poco comprensibili alla maggior parte delle persone che visitano mostre di arte contemporanea. Questo non dovrebbe valere per l’Italia, poiché serve a ridimensionare quel millennio umanistico italiano e a ridurlo a una produzione estetica/artistica non molto diversa da quella internazionale.

È allora difficile rimettere i ponti di Carrara nella loro cultura figurativa, come parte del progetto morale leggibile ai cittadini di Carrara e ad altri italiani, ma non internazionale.

Oggi crediamo che i quadri figurativi non abbiano linguaggio, che non occorra decodificarli e che per farlo sia necessario conoscerne il linguaggio. La compravendita delle opere estetiche non poteva essere limitata da questioni artistiche di un Paese come l’Italia. È molto più facile per i francesi tenersi delle opere estetiche del passato che non tenersi opere, in copia unica, di una letteratura figurativa tuttora operante, come l’italiano parlato che continua a essere quello di Dante.

Per salvare il proprio patrimonio gli italiani dovrebbero intraprendere un lavoro politico molto importante, smettendo di inseguire molte idiozie moderne imposte dall’UE in termini economici e politici.

Credere nell’Italia vorrebbe dire acquisire una autorevolezza sulla presenza di una tradizione che gli altri vogliono eludere solo perché non ce l’hanno.

Ma non è passato, è sentimento operante nel presente. Quello che occorre sapere è che la cultura industriale internazionale non ha più futuro, che lo stato del pianeta richiede forme di vita radicalmente diverse da quelle attuali e che per queste future forme di vita – se fossimo in grado di proporle – le città italiane del medioevo e rinascimento sono molto più valide delle attuali megalopoli industriali.

È con questa prospettiva che dovremmo ristudiarle e riproporle, allora i ponti di Carrara avrebbero quel valore che possono avere, ma che potrebbero anche perdere. Sono le persone a sostenere i ponti, non i ponti le persone.

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