Sudan, Libia: a 60 anni dalla fine del colonialismo ci sono ancora golpe e guerre civili. Cosa non ha funzionato?

venerdì 12 aprile 19:11 - di Antonio Pannullo

Sono passati all’incirca sessant’anni dalla fine del colonialismo in Africa, ma la situazione non sembra migliorata. Oltre a tutte le guerre e le atrocità degli anni passati, oggi, nel 2019, ci troviamo di fronte a una guerra civile conclamata, quella in Libia, e a un golpe militare, in Sudan. Inoltre nel nord della Nigeria c’è uno strisciante conflitto tra i terroristi islamici di Boko Haram, cdhe controllano gran parte del territorio, e il governo. Focolai isolati si registrano in altre nazioni, come la Sierra Leone, la Liberia, il Burkina Faso, il Niger e altri, mentre sempre più Stati si trovano a doversi confrontare con al Qaeda e l’Isis. Il Congo, poi, uno degli Stati più estesi – e ricchi – dell’Africa, è diventato un immenso campo profughi, mentre le malattie falcidiano la popolazione malgrado gli sforzi delle organizzazioni internazionali e delle associazioni di volontariato. In questi decenni in Africa si è assistito a tutto: guerre, massacri, linciaggi, epidemie, disordini, colpi di Stato, rapimenti, omicidi. Per tacere di tutte le altre notizie “minori”, che non fanno notizia o che non vengono diffuse ai media dalle autorità. Non ci vuole molto a capire che qualcosa non ha funzionato: l’approccio occidentale in Africa, dopo la fine del colonialismo, forse troppo affrettata, non è stato dei migliori. Quando sono andate via le potenze coloniali, in modo indolore o in modo traumatico, le nuove nazioni africane hanno provato a darsi un governo e un parlamento democratico, ma raramente ci sono riuscite: più spesso il potere è stato preso con la forza da bande armate e dittatori hanno governato per anni indisturbati. Indisturbati soprattutto dall’Occidente, come fu il caso di Bokassa o di Mobutu.

In Africa approccio sbagliato dell’Occidente

L’Occidente ha agito in Africa tramite le cooperazioni allo sviluppo, le missioni religiose e le associazioni caritatevoli, che da decenni operano nel continente con loro strutture e personale. Però il risultato non è stato soddisfacente: guerre e malattie aumentano, così come il disordine sociale. Ma la piaga maggiore dell’Africa è, a tutt’oggi, la povertà: la maggioranza della popolazione vive sotto la soglia critica e l’aspettativa di vita è molto bassa. La povertà è tanto più stupefacente in quanto l’Africa è potenzialmente più ricca di tutti gli altri quattro continenti messi insieme: alcune regioni, come nel Congo, rappresentano degli autentici scandali geologici, come furono definite all’epoca. Non c’è minerale che non non vi si possa trovare, dal silicio all’oro, dalla tantalite ai diamanti, dal petrolio agli smeraldi, dall’uranio al rame e a tutti quegli elementi che servono all’industria moderna occidentale. Ma gli africani di tutte queste risorse – petrolio compreso -non beneficiano per nulla: sono tutte predate da multinazionali che spesso neanche pagano le royalties ai Paesi produttori o, se le pagano, le pagano solo ai dittatori di turno che le intascano e acquistano le lussuose residenze in Costa Azzurra o le depositano in banche europee. È la storia dell’Africa post coloniale, che si ripete ai giorni d’oggi: una cricca di militari e di politici al potere, che fanno affari con le industrie occidentali alle spalle delle popolazioni affamate. È ovvia che lo sforzo delle associazioni non basta, così come non bastano gli aiuti a pioggia dei vari governi, che spesso come detto finiscono nelle tasche delle conventicole di potere. Per l’Africa occorre un approccio diverso, adesso, prima che sia troppo tardi. Ma occorre che sulla natura e sul metodo dell’intervento le potenze occidentali siano tutte concordi. Comunque è l’ora di agire.

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