«Resistenza bugiarda», Maurizio Ravaglia smonta i miti della Bologna partigiana

martedì 16 aprile 18:11 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Il 14 agosto del 1944, in quella che si chiamava allora via delle Camicie Nere, a Bologna, a due passi dall’imponente architettura dello Stadio Littoriale (oggi Dall’Ara), viene rinvenuto il cadavere di una donna. Si tratta della ventinovenne Irma Bandiera. Non aveva fatto ritorno a casa dalla sera del precedente giorno 8, dopo che era stata fermata da una pattuglia delle Guardia nazionale repubblicana in località San Giobbe, vicino a Funo d’Argelato, comune i cui confini lambiscono il capoluogo e in cui parte della famiglia viveva. A Funo, Irma aveva <incrociato> la Resistenza, per tramite di un giovane aspirante medico, Dino Cipollani, accettando il ruolo di “staffetta”. Sulla sua morte, per parecchi giorni, aleggia una sorta di mistero, poi, il 4 settembre, il Pci clandestino chiarisce la situazione con un volantino diffuso per la città: <La concittadina Irma Bandiera, patriota combattente della libertà, è caduta sotto il piombo omicida dei nazifascisti […] l’hanno prima torturata in ogni modo […] la salma della martire è stata abbandonata seminuda nei pressi del Meloncello e per un’intera giornata esposta alla vista dei passanti>.

Da quel momento, prima la propaganda del Pci, poi la storiografia targata Anpi-Istituti storici della Resistenza, trasformano la ragazza in una vera e propria bandiera nazionale della “lotta di liberazione”, al punto che Luigi Longo, potentissimo capo dei partigiani comunisti e segretario del Pci dopo Togliatti, infarcirà le sue memorie di guerra con le parole sprezzanti che la ragazza avrebbe rivolto ai suoi “neri boia” al momento dell’estremo sacrificio: <Voi martoriate in me tutte le donne d’Italia che come me vi odiano e vi disprezzano>. La versione ufficiale, insomma, è che Irma Bandiera, la più famosa tra le cadute della Resistenza italiana, catturata dalla Gnr, venne torturata per giorni e giorni e, dopo averle strappato gli occhi, nel tentativo vano di farle confessare i nomi dei complici, fu fucilata a colpi di mitra là dove poi ne fu abbandonato il cadavere, in vista delle finestre della casa familiare dove i figli, il marito e i genitori potessero assistere alla straziante scena.

Un racconto suggestivo, drammatico e commovente, ma che, come dimostra Maurizio Ravaglia – giornalista bolognese di vaglia, autore di molte pubblicazioni di storia dello Sport con felici incursioni nella storia propriamente intesa -, è completamente falso, come tante delle leggende di cui si compone la memoria della Resistenza in quella che fu la “capitale del Comunismo italiano e occidentale”. Nel suo ultimo libro, <Resistenza bugiarda – falsificazioni e manipolazioni del partigianato bolognese 1943-1945>, Ravaglia, documenti (anche inediti) alla mano, tutto sommato, ci mette poco a smontare il mito creato dal Pci intorno alla figura di Irma Bandiera. In primo luogo, la famiglia non abitava nella strada dove fu ritrovato il cadavere, ma parecchie centinaia di metri in linea d’aria più verso il centro, senza possibilità alcuna di assistere ad alcunché, stando alle finestre. Dunque, niente fucilazione davanti ai genitori. Quel che è più curioso, però, è il fatto che ancor oggi, nelle commemorazioni e nelle “storie” ufficiali, si pianga il dolore dei figli e del consorte: Irma era nubile, aveva un fidanzato al fronte, e non era madre di nessuno. Consapevole del “rumore” e delle “proteste” che il suo libro – in uscita nei primi giorni di maggio per i tipi della Lupoedizioni – solleverà nei “santuari antifascisti” bolognesi, Ravaglia – fotografie e autopsie alla mano – si spinge oltre: Irma non fu torturata e le immagini che ne ritraggono il cadavere all’obitorio, nonché l’ispezione del medico che restò al suo posto di lavoro anche dopo la Liberazione, non essendo evidentemente un fascista, non lasciano dubbi sul fatto che Irma fu semplicemente assassinata. Per altro, l’allora medico legale, segnò nella perizia che eseguì l’ora di consegna dei resti mortali della ragazza – le 11 del mattino – e l’orario smentisce clamorosamente che la salma di Irma fosse abbandonata <nei pressi del Meloncello e per un’intera giornata esposta alla vista dei passanti >. Infine, non fu fucilata a colpi di mitra, bensì uccisa con tre colpi di pistola – andati a segno in una sequenza di quattro -, probabilmente mentre stava scappando da qualcuno che l’avvicinò in automobile, mentre stava rientrando a casa.

Uccisa da chi? Dai fascisti che l’avevano arrestata? Oppure da qualcuno che temeva che avesse parlato, in quei giorni in cui scomparve dopo essere stata fermata dalla Gnr? Fu proprio l’assenza dei segni di tortura con cui si arricchì poi la versione ufficiale – e tardiva – della morte, a condannare definitivamente agli occhi di qualcuno Irma Bandiera? Con la massima serietà che ne ha sempre contraddistinto l’operare, Ravaglia non si spinge oltre a ciò che le carte testimoniano – e, cioè, che l’assassinio di Irma avvenne in circostanze ancora tutte da chiarire -, lasciando che siano altri – o lui stesso in un futuro lavoro – a sciogliere l’enigma. Quel che è certo, è che il Pci e le associazioni partigiane – su questo episodio come negli altri che l’autore affronta con coraggio: la morte di Sante Vincenzi;quella di Gastone Rossi; la “Battaglia di Porta Lame” e le altre ancora che compongono i 15 capitoli del suo libro – mentirono. Forse, mentirono per dare più lustro alla loro storia; forse, per nascondere verità non confessabili. Sicuramente, questo libro, al pari e forse anche più di quelli dell’ottimo Gianfranco Stella, ripropone con forza la necessità di una generale pulizia e di una storiografia più seria e sincera che affronti i fatti, le biografie e le tante e non tutte chiare ragioni della Resistenza.

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