Il Reddito è un mezzo flop. Di Maio s’aggrappa al “caso Siri” per risalire nei sondaggi

lunedì 22 aprile 11:37 - di Valerio Falerni

Prima il reddito di cittadinanza che si sta trasformando in un mezzo flop. Poi le sempre più imbarazzanti performance amministrative di Virginia Raggi. Infine, i sondaggi costantemente impietosi, l’ultimo in ordine di tempo – pubblicato dal Corriere della Sera due giorni fa – ha fatto registrare il calo di un punto in sole due settimane. Mescolate gli ingredienti e poi mettetevi nei panni di Luigi Di Maio che deve pensare a tutto questo mentre implacabile avanza il count down delle elezioni europee. Buon per lui che è scoppiato il caso Siri. Ancora meglio il fatto che il sottosegretario leghista, indagato per corruzione insieme con il professor Paolo Arata nell’ambito di  un’inchiesta sull’energia eolica che lambisce pezzi significativi della mafia siciliana, abbia deciso di non dimettersi in ciò spalleggiato pubblicamente da Matteo Salvini.

Per Di Maio è l’ultima occasione prima del voto europeo

Un vero colpo di fortuna è stata poi la scoperta della presenza nello staff del sottosegretario Giorgetti del figlio di Arata, Federico. Per il M5S è la prova che tra il professore, cui i magistrati contestano rapporti d’affari con l’imprenditore Vito Nicastri ritenuto uno dei finanziatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro, e la Lega vi sia qualcosa di più di un semplice rapporto di consulenza professionale. A questo punto Di Maio ha sentito l’odore del sangue, ha sfoderato e tirato a lucido l’antico istinto manettaro del MoVimento, alquanto appannato, in verità, negli ultimi tempi. A poco più di un mese dal voto non avrebbe potuto fare altro per tamponare l’emorragia di consensi.

A Palazzo Chigi è già allarme rimpasto

Il capo politico dei Cinquestelle è consapevole di trovarsi su un crinale decisivo della propria vicenda politica. Un ribaltamento degli attuale rapporti in favore dell’alleato-concorrente Salvini non lascerebbe troppi margini di manovra all’attuale governo: o ampio rimpasto per dare più spazio alla Lega o elezioni anticipate già ad ottobre. A Palazzo Chigi l’allarme è già scattato. Lo dimostra la sortita di Conte su Salvini premier: «Lo diventerà – ha detto -, ma non in questa legislatura». Un modo per esorcizzare la prospettiva, ma anche l’annuncio che il ritorno alle urne non gli fa paura. E si capisce: quel terrorizza il governo sono i dati economici. Meglio il voto – è il ragionamento che fanno tutti nel governo – che sporcarsi le mani con una manovra “lacrime e sangue

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