Il 25 Aprile e l’allarme fascismo: un gioco miserabile che non giova a nessuno

24 Apr 2019 10:17 - di Carlo Cozzi

Una parola chiara ed anticonformista sul significato e sulle implicazioni politiche del 25 Aprile in questo burrascoso incipit della storia italiana nel Terzo Millennio l’ha detta Pierluigi Battista ieri sulle colonne del Corriere della Sera. L’opinionista democratico con genitore missino ha messo acutamente a fuoco la svolta che nel 1994, nelle celebrazioni della festa della Liberazione, la sinistra impresse alle cerimonie rievocative di quel fatto storico. La “bellicosità antifascista”, che fino a quell’anno si era sbiadita in uno stanco cerimoniale retorico, fino a perdere ogni significato drammaticamente attuale, improvvisamente veniva riesumata per lanciare un pretestuoso “allarme fascismo” e un drammatizzato campanello d’allarme su di un fantomatico pericolo per la stessa sopravvivenza della democrazia. Cosa era successo per determinare a sinistra questa inversione di tendenza e incitare il popolo di sinistra a scendere in piazza a Milano per una “nuova Resistenza”? Era accaduto che un mese prima Silvio Berlusconi aveva vinto le elezioni . E quel clamoroso trionfo elettorale, a cui aveva portato un contributo non indifferente il Msi, aveva provocato autentici malori, mancamenti e crisi isteriche nel cuore dell’intelligentcija di sinistra, scossa dal torpore lucroso goduto nel Paese, da mezzo secolo, nel comodo ruolo di tenutaria dell’ egemonia culturale. A Milano il popolo di sinistra marciò nei cortei al canto di Bella ciao, ma i vaticinii delle moderne Cassandre dei quartieri alti sul “ritorno del fascismo” si rivelarono impietosamente fallaci. Il fascismo non arrivò. E le fantasie catastrofiche dei corifei di sinistra misero impietosamente a nudo lo squallido intento di camuffare le vere radici della sconfitta elettorale e del’limpotenza di una classe di potere, rifugiandosi dietro la foglia di fico avvizzita dell’unità antifascista, un comodo feticcio da agitare per camuffare ed esorcizzare una caduta di consenso popolare che, fino ai nostri giorni, sarebbe diventata disastrosa. Gridare al “pericolo fascista” si rivelò un meschino escamotage di una classe politica che non voleva guardare con realismo agli errori commessi. Nei due decenni successivi, nel cosiddetto “ventennio berlusconiano”, espressione usata capziosamente per richiamare somiglianze analogiche col fascismo, la politica italiana, scrive Battista, «ha conosciuto l’alternanza di governo come tutte le democrazie occidentali mature», Nella sinistra, quella più becera, è riaffiorato cioè il Dna dell’atavica anima scarsamente democratica. Quel vizio d’origine che impedisce di capire che la democrazia vive con i voti da riconquistare, non con una riesumata e incongrua “Resistenza in montagna”. La sensibilità popolare questa lezione l’ha fatta sua da tempo. Ostinarsi, come avviene anche oggi da alcuni nel giorno del 25 Aprile, a battere sul tasto-tic dell’allarme del “nuovo fascismo” , un fascismo che non c’è, è un gioco miserabile che non giova alla Democrazia e al futuro della nostra amata Patria.

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