Governo sull’orlo della crisi: Di Maio e Salvini litigano sulle inchieste, Conte non sa con chi stare

19 Apr 2019 9:13 - di Robert Perdicchi

“Il governo vacilla sulle inchieste”, titola questa mattina il Corriere della Sera, “Manette & dimissioni, il governo sta per cadere”, scrive Il Giornale. Conclusioni a cui i giornali e gli analisti politici sono arrivati al termine della giornata forse più nera per il governo da quando è nata. Una giornata iniziata male e finita peggio, con il premier Conte stavolta incapace di recitare il ruolo del moderatore, anzi, quasi impotente di fronte all’escalation di accuse reciproche.
La prima grana esplode in mattinata e porta il nome del sottosegretario leghista ai Trasporti Armando Siri, molto vicino a Salvini, indagato per corruzione in relazione a una presunta tangente. La Lega fa quadrato, ribadendo “piena fiducia” al senatore. Ma la reazione del Movimento Cinque Stelle è agli antipodi. Peggio, i pentastellati sono categorici e si spingono a invocare le dimissioni dell’esponente governativo. Nel pomeriggio, però, è un altro caso ad agitare le acque grilline: a finire sotto accusa è la sindaca di Roma Virginia Raggi. Secondo quanto riporta l’Espresso’, l’ex amministratore di Ama, l’azienda partecipata che gestisce i rifiuti a Roma sarebbe stato licenziato in tronco a febbraio per essersi rifiutato di modificare il bilancio dell’azienda. Il Campidoglio nega, la sindaca minimizza, “è solo fango”. Ma la Lega coglie la palla al balzo per andare all’attacco. Per Salvini, che da giorni punzecchia la prima cittadina non ci sono dubbi: Raggi “non è in grado di fare il sindaco”.

La tensione nel governo è palpabile

Del resto, che la giornata di ieri fosse ad alta tensione si era capito già nelle prime ore del mattino, quando la notizie dell’indagine che vede coinvolto Siri era arrivata come un fulmine a ciel sereno. L’ideologo della flat tax, 47 anni, nell’ambito di un’inchiesta nata a Palermo è accusato dalla Procura di Roma di uno scambio di favori con un imprenditore nel settore dell’eolico, Vito Nicastri – ritenuto vicino a Matteo Messina Denaro – tramite l’ex parlamentare di Forza Italia Paolo Arata, attraverso il quale il sottosegretario avrebbe ricevuto “30mila euro” per modificare un norma (mai approvata) da inserire nel Def 2018, che avrebbe favorito l’erogazione di contributi per le imprese che operano nelle energie rinnovabili.

Di Maio parla chiaro

“Se i fatti fossero questi, Siri dovrebbe dimettersi”, dice il vicepremier. Sulla stessa linea Alessandro Di Battista: ”Ho sempre sostenuto questo governo, lo sosterrò ancor di più se il sottosegretario Siri si dimetterà il prima possibile”. La Lega manda avanti Giulia Bongiorno che replica ai Cinque Stelle, prima di far scendere in campo Salvini che blinda Siri. “Lo conosco come persona pulita, specchiata, integra, onesta – scandisce da Reggio Calabria, prima del Cdm -. Quindi, mi auguro che le indagini siano veloci per accertare se altri abbiano sbagliato. Per quello che mi riguarda, lui può tranquillamente rimanere lì a fare il suo lavoro e dico agli amici dei 5 Stelle che non si è dimessa la Raggi che è stata indagata per due anni e quindi in Italia si è colpevoli se si viene condannati”. Ma Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture, non fa sconti e “in attesa di chiarezza” decide di ritirare le deleghe a Siri. Dal canto suo, Siri rompe il silenzio e all’ora di pranzo ‘respinge tramite una nota “categoricamente tutte le accuse”. Scende in campo anche il premier Giuseppe Conte che comunica la sua intenzione di chiedere “chiarimenti” al sottosegretario Siri, spiegando che “il contratto di governo contiene un codice etico in virtù del quale non possono svolgere l’incarico di ministri e direi anche di sottosegretari coloro che sono sotto processo per fatti gravi e la corruzione è indicata tra i fatti gravi a titolo indicativo non esaustivo”.

I guai della Raggi

Ma i problemi per i Cinque Stelle non sono ancora iniziati. Nel pomeriggio L’Espresso pubblica l’anticipazione di un servizio che verrà pubblicato domenica che parla di un esposto inviato alla Procura di Roma contro la sindaca Virginia Raggi che avrebbe fatto “pressioni” indebite sull’ex presidente e ad dell’Ama Lorenzo Bagnacani e sull’intero cda dell’azienda per modificare il bilancio. Stando alla denuncia, la sindaca avrebbe spinto il manager a togliere dall’attivo dell’Ama (che aveva un bilancio in utile per oltre mezzo milione di euro) “crediti che invece erano certi, liquidi ed esigibili”, con l’unico obiettivo, stando a Bagnacani, di portare i conti di Ama in rosso. In particolare, alcune registrazioni riportano delle frasi inequivocabili pronunciate da Raggi: “Devi modificare i conti. Punto. Anche se i miei uomini ti dicono che la luna è piatta”, dice la sindaca a Bagnacani, ammettendo che “la città è fuori controllo, i romani vedono la merda, se aumento la Tari, la mettono a ferro e fuoco”. Per Salvini l’occasione è ghiotta per passare al contrattacco. In serata, da Bruno Vespa, ne approfitta per punzecchiare ancora la sindaca: “Se un sindaco dice ‘ho la città fuori controllo’ allora cambia mestiere amica mia”. Poi l’affondo: Raggi, sottolinea, “non è più adeguata a fare il sindaco di Roma non per eventuali illegalità. Però se il sindaco della città più importante d’Italia dice ‘i romani vedono la merda’ e ‘la città è fuori controllo’ è un giudizio politico il mio, non sei in grado di fare il sindaco”. E non risparmia un affondo per i partner di governo: “Non sopporto i due pesi e le due misure. Quando ci sono stati problemi con qualche ministro M5S non ho detto una parola perché siamo una squadra… Ognuno è fatto a suo modo, ognuno ha il suo galateo”, scandisce, prima di indirizzare l’ultima stoccata a Toninelli: “Con tutti i cantieri da riaprire in Italia, avrebbe bisogno di qualcuno che lo aiuti a fare il suo lavoro”.

Oggi la resa dei conti, forse finale. A entrambi i partiti conviene forse andare già “rotti” al voto delle Europee?

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