Di Maio provoca Salvini: «Scendi da cavallo, non sei Napoleone»

martedì 16 aprile 13:18 - di Valerio Falerni

Sarà pure vero, come insinua più d’uno, che il tiremmolla nel governo è tutta una manfrina, una sceneggiata pianificata a tavolino, un “ciak si gira” ad uso e consumo delle Europee di fine maggio finalizzato a polarizzare su di sé l’attenzione degli elettori oscurando tutti gli altri, ma è un dato che non passa giorno senza che Salvini o Di Maio non tentino di ferirsi a colpi di fendenti. E se il primo ha individuato in Virginia Raggi l’anello debole della catena grillina, il secondo gli ha subito reso pan per focaccia con una feroce allusione alla smania di protagonismo del leader leghista.

Ancora insulti tra Di Maio e Salvini

In mezzo, come palline pazze, rimbalzano polemiche vecchie e nuove che spaziano dalla Tav alla Libia, dalla Flat tax alle sortite del ministro Trenta per finire alle future alleanze nel prossimo Parlamento europeo. Persino l’avviso di garanzia che ha colpito entrambi, oltre che il premier Conte, per la vicenda della nave ong Sea Watch è riuscito a diventare fonte di litigio. È successo dopo che Salvini ha dato notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati da parte della procura di Catania commentandola con paroloni di circostanza inzuppati nel consueto vittimismo.

Il vicepremier grillino: «Anch’io indagato per la Sea Watch»

A Di Maio devono essere apparsi un tantinello esagerati e, da Dubai dov’è in visita ufficiale, ha detto la sua via Facebook con queste esatte parole: «Ho letto dell’indagine a carico del ministro Salvini, anche io sono indagato come Salvini ma non mi sento Napoleone». Avesse pure pubblicato una foto del responsabile dell’Interno con lo scolapasta in testa e la mano infilata tra i bottoni del cappotto, l’effetto meme si sarebbe rivelato strabiliante. Non per Conte, però. Il premier dev’essersi davvero convinto della tesi della manfrina, tanto è vero che neanche si preoccupa più di salvare le apparenze. I morsi che si danno quotidianamente Salvini e Di Maio diventano ai suoi occhi bacetti affettuosi. Tutt’al più le derubrica a semplici frizioni  che il voto di maggio archivierà in fretta. Sempre che la sceneggiata in corso non preveda un secondo atto.

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