Cucchi, il carabiniere testimone: «un calcio in faccia a Stefano mentre era a terra»

lunedì 8 aprile 18:54 - di Roberto Frulli
Stefano Cucchi

E’ il giorno della svolta al processo-bis per la morte di Stefano Cucchi, il 31enne tossicodipendente romano arrestato per possesso di droga e deceduto una settimana dopo, il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini mentre era in custodia cautelare.
Di fronte alla Corte di Assise di Roma, la deposizione del carabiniere Francesco Tedesco, il testimone che, a nove anni di distanza dai fatti, ha deciso di rivelare che il geometra venne pestato da due suoi colleghi, i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, imputati come lui di omicidio preterintenzionale.

«Innanzitutto io voglio chiedere scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile», esordisce  Tedesco, – giacca blu, come il maglione girocollo, camicia azzurra, capelli rasati sulle tempie – raccontando, poi, i dettagli dell’arresto di Cucchi, la notte del 15 ottobre del 2009, nel palazzo di cinque piani della caserma della Compagnia Casilina: «Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo – aggiunge Tedesco – io mi ero alzato e avevo detto: “basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete”».

«Ma – aggiunge il testimone – Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbattè anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva. Quindi D’Alessandro gli diede un calcio in faccia, a quel punto mi alzai e li allontanai da Cucchi».

Il tossicodipendente romano venne picchiato anche da altri due carabinieri, ha ricordato Tedesco in aula. E lui intervenne per bloccarli: «Stefano era a terra e mentre mi sono messo in mezzo ho avuto la sensazione che stesse per partire un secondo calcio contro la sua faccia. Dopo aver allontanato Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, presi sottobraccio Stefano, che si sentì protetto in quel momento», aggiunge Tedesco.

Il carabiniere ammette che non fu «facile denunciare i miei colleghi. Il primo a cui ho raccontato quanto è successo è stato il mio avvocato. In dieci anni della mia vita non lo avevo ancora raccontato a nessuno».

«Quando arrivammo alla caserma Appia, in ufficio il verbale era già pronto e il maresciallo Mandolini mi disse di firmarlo – continua il racconto di TedescoCucchi non volle firmare i verbali. Mentre stavamo in auto per rientrare alla caserma Appia Cucchi era silenzioso, si era messo il cappuccio e non diceva una parola, chiedeva il Rivotril (un vecchio farmaco ansiolitico a base di benzodiapezina definita l’eroina dei poveri, ndr)».

Poi Tedesco affronta la questione del clima di omertà sulla vicenda: «Dire che ebbi paura è poco. Ero letteralmente terrorizzato. Ero solo contro una sorta di muro. Sono andato nel panico quando mi sono reso conto che era stata fatta sparire la mia annotazione di servizio, un fatto che avevo denunciato. Ero solo, come se non ci fosse nulla da fare. In quei giorni – rivela Tedesco restituendo un clima crescente di ostilità – io assistetti a una serie di chiamate di alcuni superiori, non so chi fossero, che parlavano con Mandolini. C’era un po’ di agitazione. Poi mi trattavano come se non esistessi. Questa cosa l’ho vissuta come una violenza».

«”Tu devi seguire la linea dell’Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere” mi disse Mandolini quando, dopo la morte di Cucchi, gli chiesi come dovevamo comportarci se chiamati a testimoniare – prosegue Tedesco – Ho percepito una minaccia nelle sue parole. Sono stato minacciato e obbligato dopo il 29 ottobre 2009 a seguire la linea dell’Arma se avessi voluto fare ancora il carabiniere. Ho vissuto come una violenza tutta questa situazione. Mi sono sentito incastrato in una morsa dalla quale sarebbe stato difficile uscire».
Quindi Tedesco ricorda le parole del maresciallo Mandolini: «il giorno che sarei dovuto andare dal pm, mi invitò a dire che Cucchi stava bene e che non era successo niente».

«Io ho avuto paura – ammette oggi il testimoneimputato per omicidio preterintenzionale, falso e calunnia, davanti alla Corte d’Assise – perché quando il 29 ottobre del 2009 sono stato costretto a non parlare mi sono sentito in una morsa dalla quale non potevo uscire. Se avessi parlato allora sarei stato contro il mondo. Poi si sono succeduti vari eventi, sapevo che Casamassima aveva iniziato a parlare e ho cominciato a non sentirmi più solo. Cercavo di trovare un contatto con qualcuno in tutti i modi per dire questa cosa».

Il vicebrigadiere Tedesco spiega ai giudici anche cosa lo ha spinto, dopo tanti anni, a raccontare la verità: «La lettura del capo di imputazione ha inciso molto, come pure il fatto che ci fosse un nesso di causalità tra il pestaggio, la caduta e la morte. La lettura di quel capo di imputazione mi colpì perché descriveva quello a cui avevo assistito e da questo è scaturito il fatto che non sono riuscito più a tenermi dentro questo peso. Io prima avevo sottovalutato il pestaggio, non pensavo avesse causato la morte di Cucchi, poi leggendo il capo di imputazione e gli atti ho detto “caspita”».

Il testimone rivela che, dopo la morte di Cucchi, «D’Alessandro mi chiamava solo quando c’erano notizie in merito al processo, poche volte. Poi, dopo il 2015 ha iniziato a chiamarmi in continuazione per chiedere informazioni. Il suo atteggiamento era cambiato, aveva notato un distaccamento dei miei legali dagli altri avvocati delle difese e mi chiese “ma tu che intenzioni hai?”».

«Adesso che sono stato sospeso dall’Arma, mi sento meglio, senza più intimidazioni e quelle pressioni – conclude il vicebrigadiere Tedesco – Sono più tranquillo perché mi sono accorto che non sono solo. Io per tanto tempo ha avuto paura, anche di andare a parlare con il magistrato».
Ma è lo stesso presidente della Corte, Vincenzo Gaetano Capozza, a sottolineare che «non bisognerebbe mai dimenticare che qui si sta celebrando un processo a cinque appartenenti all’Arma dei carabinieri e non all’Arma dei carabinieri».
E il presidente del Consiglio, Conte ha anticipato che il ministero della Difesa si costituirà parte civile nel processo: «il governo – ha detto il premier – è favorevole alla costituzione di parte civile da parte del ministero della Difesa».

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