Conte sul caso Siri: se decido di cacciarlo… Di Maio ordina: va messo in panchina

sabato 27 aprile 9:51 - di Redazione

Da Pechino il premier Giuseppe Conte parla del caso Siri e lascia intendere che alla fine spetterà a lui l’ultima parola: “La posizione nella mia mente è molto chiara, non c’è nessun condizionamento che mi possa turbare o dar pensiero”. E prova anche a fare il duro: “Se mi convinco che deve dimettersi, non ci saranno alternative”. Come dire: se merita di essere cacciato, sarò io a farlo.

Giorgetti: no al processo sui giornali

La Lega per ora non alza i toni, limitandosi a sottolineare l’incoerenza Cinquestelle che usa due pesi e due misure a seconda di chi è colpito dagli avvisi di garanzia. “Per adesso – spiega Giancarlo Giorgetti – gli hanno fatto un processo sui giornali e lui non ha ancora potuto difendersi. Se Conte gli chiede di dimettersi? Conte è un professore e un avvocato, vedrà le carte e capira'”.

Di Maio: Siri vada in panchina

Ribadisce la linea dura Luigi Di Maio: “Da noi si sbaglia, si può sbagliare anche nel M5S, ma quando qualcuno sbaglia da noi lo mettiamo subito alla porta. In dieci anni abbiamo avuto un caso di corruzione e lo abbiamo subito allontanato e io pretendo la stessa cosa dalle altre forze politiche, specialmente se stanno al governo con noi. Se c’è una persona indagata per fatti che sfiorano la mafia e la corruzione allora va in panchina, perché con mafia e corruzione non si scherza”. E allora che si fa con Virginia Raggi, indagata a Roma per la seconda volta in due anni?

L’inchiesta

I magistrati romani hanno intanto depositato al tribunale del Riesame di Roma un’informativa della Dia in cui sarebbe contenuta l’intercettazione ambientale che riguarderebbe, secondo l’accusa, il sottosegretario Armando Siri. L’atto però, ha già spiegato l’avvocato Gateano Scalise, difensore di Paolo Arata,  non è ancora arrivato alle parti. Gli inquirenti citano Uuna informativa della Dia di Trapani del 29 marzo. È lì che sarebbe contenuta una lunga intercettazione ambientale tra l’imprenditore Paolo Arata e il figlio del settembre scorso che tirerebbe in ballo il sottosegretario leghista Armando Siri e la presunta «dazione o promessa» di 30 mila euro in cambio di favori.

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