Brexit, i conservatori infuriati con la May: «Non si fanno accordi con i comunisti»

mercoledì 3 aprile 18:08 - di Fabio Marinangeli

Non è piaciuta ai Conservatori la mossa a sorpresa di Theresa May per tentare di uscire dal vicolo cieco della Brexit. La decisione della premier di negoziare un compromesso con i Laburisti di Jeremy Corbyn per scongiurare lo scenario no deal ha fatto infuriare l’ala euroscettica dei Tories. Sia i semplici deputati, i cosiddetti backbenchers, che i membri del governo pro Brexit contestano alla May la virata verso la versione soft proposta dal Labour. Questa comporterebbe l’adesione del Regno Unito all’unione doganale europea che, accusano i Brexiteers, impedirebbe a Londra di stringere liberamente e autonomamente dalla Ue accordi commerciali con Paesi terzi come Usa, Cina e India. Una limitazione, sostengono, che vanificherebbe di fatto uno dei potenziali vantaggi della Brexit.

Brexit, la protesta del capogruppo dei Tories

Tra le proteste eccellenti si segnala quella di Nigel Adams, uno dei capigruppo dei Tories alla Camera dei Comuni, che ha lasciato il suo incarico accusando la premier di voler «cucinare un accordo con un marxista». Il riferimento è a Jeremy Corbyn, che oggi vedrà la May e si è detto «molto felice» di poter discutere la versione laburista della Brexit, che prevede un’unione doganale permanente con la Ue e maggiori tutele in tema di lavoro, ambiente e sicurezza sociale, in linea con quelle europee. Di fronte alla rivolta di una fetta consistente del suo partito, la premier ha tentato di correre ai ripari, inviando stamattina una lettera a tutti i deputati conservatori. La May, ricordando le tre bocciature subite ai Comuni dal suo accordo per la Brexit, ha addossato la responsabilità della sua scelta alla defezione degli alleati nordirlandesi del Democratic Unionist Party, inamovibili sulla questione del backstop, e alle decine di deputati Tories che hanno finora votato contro il governo.

Il problema dei numeri è il vero incubo

«Il punto è, come facciamo a far ratificare l’accordo dal Parlamento?», ha scritto la premier. Con le posizioni in campo già testate in tre occasioni, è «improbabile» che il governo sia in grado di raccogliere i voti necessari a fare approvare il testo concordato con Bruxelles. Di qui, la necessità di rivolgersi ai Laburisti per «realizzare la Brexit ordinata e senza scosse che abbiamo promesso e per la quale i britannici hanno votato». È del resto questa l’unica strada percorribile se si vuole evitare il no deal o la revoca dell’articolo 50, cancellando di fatto la Brexit e quasi tre anni di discussioni e negoziati politici.

L’intesa potrebbe avvenire a giorni

May e Corbyn, scrive la stampa britannica, puntano a raggiungere un compromesso entro la fine della settimana, per poi presentare il loro accordo politico al vertice Ue del 10 aprile. In caso di successo, la Brexit avverrebbe il 22 maggio, evitando così la partecipazione britannica alle elezioni europee. Se il loro tentativo invece fallirà, il governo tornerà in Parlamento, al quale sarà chiesto di votare proposte alternative, con l’impegno di Downing Street di uniformarsi alla volontà dei Comuni. Se i backbenchers conservatori hanno già fatto sentire la loro voce contraria, gli euroscettici all’interno del governo rimangono per il momento in attesa. Prima di decidere mosse clamorose, preferiscono attendere l’esito delle consultazioni tra la premier e il leader dell’opposizione. La stessa cautela, scrive il Guardian, si respira anche dalla parte del Labour, dove c’è chi teme che Corbyn possa cadere in una “trappola” tesa dai conservatori, finendo per avallare una Brexit “dannosa” per il Paese.

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