Strage di Bologna, il colonnello Giraudo smentisce i pm sulla presunta “rete Anello”

mercoledì 27 marzo 9:20 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

A questo punto, si può ben dire che i processi a carico di Gilberto Cavallini siano ben quattro: quello in corso in Corte d’Assise; quello mediatico; quello che si dovrebbe aprire, se si prendessero nella dovuta considerazione gli elementi “materiali” che, nelle more del dibattimento, emergono di continuo; infine, quello che si sta impostando alla Procura generale che, però, procedendo ufficialmente contro ignoti, è avvolta nel mistero o, meglio, nel mistero per i difensori, visto che, al contrario, le parti civili, almeno per le parti di loro stretto interesse, sembrano alquanto ben informate del lavoro che là si starebbe facendo.

Procedendo con ordine, il processo propriamente detto assume toni via via sempre più grotteschi, con lo smisurato ampliamento dei temi d’indagine – che, ormai, si allargano all’intera storia dell’eversione “nera” dal dopoguerra a oggi -, nonostante questa impostazione s’imbatta solo in smentite a dir poco imbarazzanti, come nell’udienza di ieri.

Giunto al banco dei testimoni, il colonnello Massimo Giraudo – “memoria storica” delle investigazioni sulla fantomatica rete “Anello”, una sorta di molto presunto servizio segreto parallelo di cui avrebbe fatto parte Alberto Titta e con cui avrebbe avuto un qualche rapporto l’imputato -, l’ufficiale ha dichiarato in maniera alquanto semplice e spontanea che, oltre a non essere provata per certa nemmeno l’affiliazione del Titta, men che meno esistono tracce investigative di un qualsiasi rapporto tra “Anello”, Giusva Fioravanti, Gilberto Cavallini o altri appartenenti ai Nar.

Insomma, da due mesi, da quando l’argomento è approdato in aula a Bologna, si sarebbe parlato sostanzialmente di niente. Come già era accaduto in altre occasioni. Purtroppo, però, mediaticamente queste argomentazioni inconsistenti trovano ampio riscontro nelle cronache locali, alimentando leggende di cui sarebbe meglio spazzare il campo una volta per tutte; mentre la stampa nazionale, con rarissime eccezioni, appare del tutto distratta rispetto a quello che accade a Bologna.

Di quanto sta emergendo sulle concrete piste alternative per la verità sulla strage di Bologna, si riferisce in altra parte del giornale, ma è evidente che la ricognizione dei resti della povera Maria Fresu, già a prima vista, sembrano confermare inquietanti ricostruzioni che porterebbero – o porteranno – ben distanti da dove sembra orientato ad andare l’iter della Corte d’Assise.

E non molto più concrete sembrano le attività della Procura Generale, anzi, se è possibile, sembrano anche più fantasiose di tante di quelle viste in Corte d’Assise. Per altro, per completare il quadro dell’udienza appena terminata – il processo riprenderà, forse, il 10 aprile -, i periti crittografici hanno confermato che nelle agende di Gilberto Cavallini e di Stefano Soderini e in particolare in quella dell’imputato, non ci sono “misteri” particolari da sciogliere né indizi di un qualche rapporto segreto da investigare ulteriormente, con buona pace delle parti civili e del presidente della Corte che, nel recente passato, avevano tradito ben altro tipo di aspettative dall’analisi di questi reperti.

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