Pd, la vittoria zoppa di Zingaretti. Ecco dove resiste il potere renziano

sabato 9 marzo 16:43 - di Redazione

Non è bastata la vittoria piena. Nicola Zingaretti esce dalle primarie Pd di una settimana fa con numeri solidi all’interno del partito, ma con una spina nel fianco renziana che, allo stato attuale, appare di là dal poter essere rimossa facilmente. Se il nuovo segretario potrà contare a breve su una dirigenza di sua impronta e su una pattuglia di parlamentari europei frutto delle sue scelte per le candidature, avrà invece difficoltà ad avvalersi di fedelissimi all’interno del Parlamento nazionale. Lì gli equilibri restano ancora saldamente a favore di Matteo Renzi che, almeno per il momento, non ha registrato defezioni a vantaggio del nuovo vincitore.

I mal di pancia in vista dell’Assemblea nazionale

Domenica prossima ci sarà la prima riunione dell’Assemblea nazionale eletta con le primarie del 3 marzo. La maggioranza è schiacciante per Zingaretti. Le percentuali dei tre sfidanti si aggirano tra il 66% e il 66,5% dei consensi per il nuovo segretario, tra il 22,5% e 23% per Maurizio Martina e fra il 12,5% e il 13% per Roberto Giachetti. Su mille delegati, quindi, circa 666 per Zingaretti, 220 per Martina e 120 per Giachetti. Insomma, una maggioranza molto ampia. Giovedì i gruppi di Camera e Senato dovranno riunirsi per decidere i parlamentari da mandare come delegati in assemblea (30 senatori e 70 deputati). La scelta si sarebbe dovuta fare la scorsa settimana. Ma è stato tutto rinviato dopo la proposta della nuova maggioranza dem (alla Camera si parlava di lodo Franceschini) di non inviare una delegazione in assemblea, ma tutti i 174 parlamentari Pd. Un modo per evitare conte e uno sgradevole “chi sta con chi” a pochi giorni dal congresso, è il senso della proposta della maggioranza. Ma tanto è bastato per far scattare l’irritazione del Pd Senato, “fortino” del renzismo. «Si sono rimangiati un accordo già fatto, che prevedeva 21 senatori a noi e 9 a loro», spiegano i renziani. «Hanno bisogno di posti perché devono accontentare tutti». Se ne riparlerà giovedì.

Il potere renziano nei gruppi parlamentari

«Per me sono i gruppi del Pd». Punto. Così Zingaretti ha risposto ai cronisti la sera stessa della vittoria ai gazebo, quando gli veniva fatto notare che si sarebbe dovuto confrontare, da segretario, con gruppi a trazione renziana. Al momento non si registrano cambi di fronte e i numeri parlano chiaro: alla Camera con Zingaretti ci sarebbero 46 deputati su 122 e a palazzo Madama 16 senatori su 52. Al Senato, in particolare, c’è lo zoccolo duro del renzismo. Intanto lì c’è Renzi e alcuni dei suoi fedelissimi. A partire dal capogruppo Andrea Marcucci e poi Francesco Bonifazi e Dario Parrini. Ed ancora: Bini, Biti, Collina, Manca, Cucca, Faraone, Sudano, Ginetti, Garavini, Malpezzi, Margiotta, Comincini, Alfieri, D’Alfonso, Ferrari, Fedeli, Ferrazzi, Grimani, Giacobbe, Laus, Magorno, Marino, Patriarca, Pittella, Sbrollini, Stefano,Taricco, Vattuone. Per il momento, dicono dalle parti di Zingaretti, non c’è intenzione di toccare i vertici dei gruppi parlamentari: né Marcucci al Senato, né Graziano Delrio alla Camera. Forse potrebbe accadere qualcosa dopo le europee. Per quanto riguarda il gruppo degli eurodeputati uscenti anche a Strasburgo la componente renziana è maggioranza. Con Zingaretti ci sono 7 europarlamentari su 26: David Sassoli, Silvia Costa, Brando Benifei, Enrico Gasbarra, Andrea Cozzolino, la capodelegazione Patrizia Toia e Goffredo Bettini, da sempre vicino a Zingaretti nel Pd romano.

L’originale idea di Zingaretti per il rinnovamento: donne e territorio

Tutto da costruire, invece, il Pd di Zingaretti per quanto riguarda segreteria e direzione. Come l’assemblea, anche la direzione rispecchierà le percentuali del congresso che consegnano al nuovo segretario un’ampia maggioranza. Per quanto riguarda i nuovi organismi, al momento gli unici due tasselli che vengono dati per certi sono la presidenza del partito a Paolo Gentiloni e l’incarico di tesoriere a Luigi Zanda. Il nuovo segretario vorrebbe due donne vicesegretario e per ora nella rosa di nomi più gettonata ci sono la coordinatrice della mozione Zingaretti al congresso Paola De Micheli, lungo corso all’interno del Pd tra incarichi di partito e di governo, Marina Sereni di AreaDem (Dario Franceschini), vicepresidente della Camera nella scorsa legislatura, e poi la new entry Stefania Gasparini, segretario provinciale del Pd di Modena. Inoltre si parla di Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, già renziano ma sostenitore di Zingaretti al congresso, come responsabile organizzazione. Era uscito anche il nome del sindaco di Ancona, Valeria Mancinelli, vincitrice del “World Mayor 2018” anche se la diretta interessata ha smentito di essere stata, almeno finora, contattata. E poi il 33enne sindaco di Ravenna, Michele De Pascale. Dall’area di Andrea Orlando verrebbero caldeggiati lo stesso Orlando all’organizzazione e Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, al  welfare. Circola inoltre l’indiscrezione che potrebbero essere coinvolti i segretario regionali Pd. E su quest’ultimo fronte uno dei nodi di cui si dovrà occupare il nuovo segretario è quello della contestata elezione di Davide Faraone, renziano e segretario del dem siciliani. La sfidante “zingarettiana” si ritirò dalla corsa in segno di protesta.

 

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