Mettere la storia tra parentesi è un’illusione. E Mussolini lo dimostra

mercoledì 6 marzo 12:52 - di Mario Landolfi

Resistiamo al vizietto della parentesi. Rifuggiamo per una volta dalla specialità che in Italia conta più aficionados di JR ai tempi di Dallas. Non per caso, visto che il primo a teorizzare la storia tra parentesi fu Benedetto Croce, che vi parcheggiò addirittura il fascismo, da lui derubricato a mero incidente politico tra la monarchia liberale del primo dopoguerra e la repubblica democratica generata dal secondo. Una parentesi, appunto. Quanto strampalata fosse la tesi del filosofo lo dimostra, se non altro, la frequenza con cui il termine fascista è ancora usato (a sproposito) tutti i giorni in tutto il mondo.

Ma la sua conclamata fallacia non ha impedito a molti di coltivarla e di innaffiarla ogni giorno, soprattutto quando quel che accade non piace alla gente che piace o quando la stessa gente di cui prima non riesce ad arpionarlo culturalmente per appropriarsene politicamente. E questo spiega perché la nostra storia più recente è soprattutto un cimitero di parentesi: oltre al Duce, ci sono Craxi (parentesi tra socialismo perdente e socialismo ammanettato), il “picconatore” Cossiga (parentesi tra Quirinale notaio e  arbitro schierato) e a breve arriveranno Renzi (parentesi tra Bersani e Zingaretti), Berlusconi (parentesi tra Mamma Rai e Mammì Fininvest) e l’intero M5S (parentesi tra il bipolarismo di ieri e quello di domani). Dall’effetto parentesi sembra salvarsi solo Salvini, ma solo perché, per la gente che piace, sdoganare uno come Bossi equivale a un tuffo carpiato in una piscina vuota. Insomma, la nostra storia è un eterno gioco dell’oca: avanti e indietro con un lancio di dadi.

Sarà per questo, azzardava Cossiga, che da noi non si completa mai niente: il Risorgimento è incompiuto la Vittoria è mutilata, la Resistenza è tradita e la transizione è infinita. In una storia così, la parentesi ci vuole. Esattamente come in una prosa divenuta prolissa e involuta. Ben lo sapevano Totò e Peppino, nei panni dei fratelli Caponi, alle prese con la mitica lettera alla malafemmina: «Hai aperto la parente, sì? Chiudila». La differenza con la gag è che in politica la parente non si chiude mai. 

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Fabiano Cirelli 7 marzo 2019

    Una ” parentesi ” di riflessione attenta che ho letto con gran soddisfazione. Grazie Mario.Ti seguo sul nostro giornale.

  • In evidenza