Memorandum con Pechino: c’è la manina di Geraci, il leghista dagli occhi a mandorla

lunedì 18 marzo 11:15 - di Eugenio Battisti

Troppi i punti oscuri, i non detti  nel memorandum d’intesa con la Cina che il governo Conte si appresta a firmare dopo aver di fatto commissariato il Parlamento. Domani il premier, dopo il pressing delle opposizioni, dovrà riferire alle Camere e c’è da giurarci che minimizzerà sui rischi di una colonizzazione cinese in Italia, processo iniziato non da oggi con una penetrazione economica e industriale, sempre più capillare del colosso asiatico. «Non c’è da temere», ripete il capo del governo “blindato” dal vicepremier Di Maio folgorato sulla via di Pechino. Il dado è tratto e non ci sono rischi per i nostri asset strategici, sicurezza e difesa nazionale, promettono.

La manina di Geraci dietro il memorandum

Dietro il dossier con Pechino e l’imminente visita in Italia di Xi Jinping, il potentissimo presidente della repubblica popolare cinese, che non a caso sbarcherà a Palermo, c’è la manina del sottosegretario leghista allo Sviluppo econonico con delega al commercio estero: Michele Geraci. Palermitano, 52 anni, è lui l’uomo che Matteo Salvini ha voluto al governo e che oggi gli volta le spalle creando non pochi problemi alla Lega per il suo feeling con Jinping. Il “cinese”, come lo chiamano in Parlamento , ha un curriculum di tutto rispetto e  un amore sconfinato per la Cina che ha trasferito come stella polare al ministero guidato da Luigi Di Maio.

Economista, ex ingegnere elettronico, ex broker alla Merrill Lynch, alla Schroders e alla Bank of America, un Mba al Mit di Boston, Geraci si è trasferito in Cina nel 2008 ed è rimasto in Oriente per dieci lunghi anni, fino alla chiamata al governo. Parla quattro lingue, tra cui naturalmente il mandarino, ed è docente in due università cinesi la Nottingham University e la Zhejiang University.

La task force cinese al ministero

Sostenitore anche della vendita di Btp e del debito pubblico ai cinesi, il sottosegretario dagli occhi a mandorla ha organizzato fin nei dettagli le visite di Di Maio in Cina e ha lavorato sodo, per otto mesi, al testo del memorandum di cui è uno strenuo difensore. È stato sempre Geraci a proporre la vendita di Alitalia al gigante asiatico e, non appena arrivato al ministero a luglio 2018,  ha dato vita a una massiccia Task Force Cina (oltre cento persone) con a capo la  sua assistente di nazionalità cinese, la 26enne Lingjia Chen, che non parla una parola di italiano e risiede a Shanghai. Non proprio un profilo made in Italy, ma Geraci l’ha voluta a tutti costi assumere nel suo staff personale. Un caso attenzionato anche dalla corte dei Conti e dalla nostra intelligence visto che Chen ha accesso a tutti i dossier riservati che tratta il Professore. La task force cinese (definito testualmente un «meccanismo operativo di lavoro, cooperazione e dialogo volto all’elaborazione di una nuova strategia nazionale di sistema destinata a rafforzare le relazioni economiche e commerciali con la Cina») ha elaborato i contenuti del protocollo, gli accordi quadro, i contatti con le 50 aziende italiane e, soprattutto, ha organizzato la firma del Memorandum che, più che sostenere la produzione italiana sembra la risposta perfetta alla politica del presidente cinese di costruire una nuova alleanza globale alternativa al blocco occidentale. Per Geraci, neanche a dirlo,  il memorandun è un accordo quadro per rilanciare l’esport con la Cina e la nuova via della Seta rappresenta «una straordinaria opportunità commerciale che permetterà all’Italia di recuperare quel gap nella bilancia commerciale con la Cina che invece Francia e Germania hanno risolto da un pezzo». Conosco i cinesi – e c’è da credergli – «e sono sicuro che a questo punto, dopo una settimana di dibattito sul tema, avranno già acquistato più made in Italy nei loro supermercati». Peccato che per il suo incauto mentore, Salvini, l’accordo non è un testo sacro e tra le righe si nasconde  una pericolosa minaccia alla sovranità nazionale.

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