Il tempo triste in cui per strada non si sente più cantare, nè fischiettare

sabato 2 marzo 11:07 - di Francesco Martire

Nessuno fischietta, nessuno canticchia, neanche quel “motivetto che piace tanto” o il tormentone tanto in voga. I volti dei passanti di una qualunque via o piazza di paesi e citta’ si rappresentano imperscrutabili, adombrati, cupi, senza alcuna apertura verso il prossimo. Atmosfera triste insomma.

Nè frizzi né lazzi

Non frizzi, né lazzi, ovvero sia: “quei sani sfotto’”. Che erano consuetudine di vita quotidiana specialmente tra lavoratori come: camerieri vicini di marciapiede o colleghi d’ufficio in pausa pranzo, o ancora i muratori con il loro il canzonarsi tra una cazzuolata e l’altra e persino le goliardate degli studenti in frotte, così come le celie garbatamente licenziose tra ragazze in comitiva !? Sono merce sempre piu’ rara. E che dire! dei garzoni dei fornai , che spandevano odor di pane e ottimismo sulle bici “alla Ninetto”, cantando ritornelli, magari stonati, ma veri inni alla gioia di vivere.

Il tempo della tristezza

Pur vero è, che Il momento storico non florido, sul piano socio-economico, non favorisce gli scambi umani, ma diamine! Il buon Spinoza indica la “tristezza” come passaggio di stato: “da una maggiore a una minore perfezione”. Come dargli torto ! Se mancano leggerezza e dialogo gioioso tra individui è come attraversare una campagna colma di piante odorose (La vita), ma senza il canto degli uccelli (la gioia di vivere).

Commenti

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  • Giuseppe Cocco 2 marzo 2019

    Il maestro Martire come ogni artista, coglie una sfumatura della realtà, che ai più sfugge, coperta dal fragore del mondo contemporaneo.
    Eppure, un particolare, apparentemente banale, ci fa giustamente considerare Martire, nascondeun malessere più grande, legato ad uno stato d’animo diffuso d pesantezza.
    Fischiettare ci fa somigliare agli uccellii che di prima mattina godono dei primi tepori primaverili.
    E allora viene in mente ciò che diceva Gesù: “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre”
    Vediamo invece che sempre più spesso il vestito prende il posto della vita, l’apparire distrugge la persona che vive in funzione delle costruzioni sociali; il bisogno non è determinato dalla vita, dalla realtà, ma il contrario; i bisogni sono indotti, se ne creano sempre di nuovi e alla fine hanno il solo compito di perpetuare se stessi.