Il comunista Verbano non fu ucciso da fascisti mentre Mancia fu certamente assassinato dai comunisti

martedì 12 marzo 16:06 - di Antonio Pannullo

39 anni fa Angelo Mancia, protagonista della lotta missina degli anni di piombo, veniva barbaramente ucciso sotto casa sua nel quartiere Talenti a Roma, da un commando della tristemente nota Volante Rossa. L’omicidio di Angelo Mancia, avvenuto con modalità particolarmente efferate, voleva essere una risposta “popolare” a un altro omicidio avvenuto pochissimi giorni prima, nello stesso quartiere,  ai danni di un giovane comunista, Valerio Verbano, assassinato con modalità altrettanto feroci. Per entrambi gli omicidi non si è mai riusciti ad individuare i responsabili, come accadeva spesso in quegli anni, ma soprattutto quando le vittime erano ragazzi missini. Solo che c’è una differenza sostanziale tra i due delitti: l’omicidio Verbano, atteso in casa dai killer che avevano immobilizzato i genitori e ucciso al suo ritorno da scuola (andava al liceo Archimede), non è affatto certo a tutt’oggi che sia stato commesso da killer dell’estrema destra. Anzi, è stato sempre smentito da tutte le persone coinvolte. Ormai sono passati 39 anni, sono state fatte numerose inchieste sul mondo eversivo della destra estrema, la memorialistica è amplissima, molti libri sono stati scritti su quegli anni, e nessuno ha mai detto di sapere, anche de relato, qualcosa sull’omicidio Verbano: è un delitto estraneo al mondo del terrorismo nero. Lo si evince non solo dagli atti processuali e giudiziari ma anche dai racconti, dall’atmosfera, dalle circostanze: da nessun processo né da alcuna dichiarazione di testimoni è mai saltato fuori che qualcuno sapesse qualcosa dell’omicidio di via Monte Bianco, né che conoscesse qualcuno che aveva avuto a che fare o che sapesse qualcosa su quel delitto. I genitori di Verbano, che era figlio unico, e i suoi compagni, per anni hanno inseguito e cercato la verità, ma senza mai arrivare a nulla. I genitori addirittura hanno convocato un estremista di destra, Nanni De Angelis (che si diceva essere stato aggredito da Verbano e da altri in piazza Annibaliano) a casa loro, poiché erano certi di poter riconoscere la corporatura dei killer, anche se erano mascherati. De Angelis si presentò coraggiosamente e lealmente a casa loro, parlò con loro, dando la sua parola di non aver nulla a che fare con l’omicidio e che non conosceva neanche i responsabili, e fu creduto. Tanto che il padre lo accompagnò sino al portone chiamandogli un taxi e lo protesse in qualche modo dai compagni del figlio che stazionavano sotto casa.

L’omicidio Verbano

Vero è che ci furono alcune rivendicazioni: la prima pochissime ore dopo l’omicidio, da parte di un Gruppo Proletario Organizzato Armato, che sosteneva di aver colpito un delatore, un informatore della polizia, precisando anche di voler solo gambizzare il giovane e non di volerlo uccidere. È vero anche che Verbano fotografava le sezioni del Msi e aveva un autentico dossier sugli estremisti di destra del quartiere; fu la stessa polizia che ne informò i dirigenti missini della zona dopo la morte del giovane. La seconda rivendicazione arrivò verso le 21, da parte dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari: “Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38 (circostanza esatta). Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta (circostanza non verificata)”. Ma dieci giorni dopo, a Padova, spunta un altro volantino dei Nar che smentisce nel modo più assoluto la responsabilità dei Nar nell’omicidio. I dossier di Verbano, che avrebbero dovuto essere stati distrutti come da ordine del giudice, in realtà ricomparvero in copia nel 2011 in occasione della riapertura dell’inchiesta sull’omicidio. Verbano aveva stilato un elenco di quasi mille nomi di missini romani, tra cui anche Teodoro Buontempo e Francesco Storace, corredato da indirizzi e abitudini, un po’ sull’esempio del famigerato opuscolo analogo di Lotta Continua “Basta con i fascisti!”, una vera e propria lista di proscrizione e un chiaro incitamento alla violenza, tanto più che allora uccidere un fascista non era reato, anzi, un atto meritorio. E nell’elenco di Verbano c’era anche il nome di Angelo Mancia. I magistrati dissero che sull’omicidio Verbano non si poté mai trovare alcuna pista. Un testimone, che poi ritrattò, disse però che di aver riconosciuto i tre ragazzi che fuggivano da casa Verbano, perché il giorno prima li aveva visti in compagnia dello stesso Verbano. Un pentito del mondo della destra poi disse di aver sentito da un altro esponente di destra che “a suo avviso” l’omicidio Verbano è stato compiuto da questo e da quello, ma non ci fu mai nessun riscontro di alcun tipo e gli interessati hanno sempre smentito. Anche nel caso Verbano, poi, come in altri casi, molte prove furono smarrite o distrutte. Certo  è che nessuna pista, o testimonianza, o prova, ha mai evidenziato responsabilità del mondo del terrorismo di destra in questo atroce omicidio di quegli anni della pazzia.

Omicidio Mancia

Diversa la storia per Angelo Mancia: come molti ricorderanno l’omicidio Verbano causò una reazione rabbiosa e violenta nella sinistra: sezioni del Msi furono incendiate e assalite, elementi di destra furono aggrediti, ci furono violenti scontri con le forze dell’ordine. In quell’atmosfera, era chiaro che i compagni cercavano vendetta. E la ebbero. Per tutta la notte tra l’11 e il 12 marzo 1980 un commando armato aspettò in via Federigo Tozzi, in un furgoncino Volkswagen azzurro, che Angelo Mancia, dipendente del Secolo d’Italia e segretario della sezione Talenti di via Martini, uscisse di casa per andare al lavoro. Vestiti con camici bianchi, i due killer affrontarono Angelo con pistole 7,65. Angelo capì immediatamente cosa stesse accadendo, forte dell’esperienza di tanti anni di attivismo sulla strada: colpito una prima volta, e poi altre, lanciò il motorino Garelli contro gli aggressori e tentò di rientrare nel portone, ma non ce la fece: fu finito con un colpo alla nuca. In tutto fu colpito sette volte. I killer furono immediatamente caricati a bordo di una Mini Minor rossa che li portò via. Una Mini Minor era anche l’auto dalla quale partirono le revolverate che uccisero, un anno prima ma nello stesso quartiere, Stefano Cecchetti davanti a un bar frequentato da estremisti di destra.  Alle 11.05 arrivò al quotidiano La Repubblica una telefonata di rivendicazione: “Qui compagni organizzati in Volante Rossa, abbiamo ucciso noi il boia Mancia. Siamo scesi da un pulmino posteggiato lì davanti”. La Volante Rossa era una banda di criminali comunisti attiva dopo la guerra che si macchiò di molti omicidi, e i cui capi riuscirono a fuggire in Cecoslovacchia con l’appoggio del Pci. Ma nelle ore successive, tanto per dire che clima ci fosse, comparvero in tutta Roma, ma soprattutto nel quartiere Monte Sacro, i manifesti di rivendicazione dell’omicidio di Angelo Mancia firmati dai Compagni organizzati in Volante Rossa che ammonivano: “Non basteranno cento carogne nere”. Ed era firmato: “I compagni dell’Autonomia”. Più chiaro di così… Chi li ha stampati? Chi li affisse? È strano che le indagini in questo senso, se mai ci furono, non abbiano portato a nulla. Ricordiamo solo che la prima Volante Rossa assassinò nel 1947 anche Mario De Agazio, direttore del Meridiano, ma che i componenti della banda furono poi graziati da Saragat e da Pertini, Gli altri come detto ripararono all’estero. Per chi ha conosciuto Angelo Mancia non c’è bisogno di dire chi fosse. Per i giovani basti dire che era un camerata leale e coraggioso, uno che non si tirava mai indietro e che aiutava tutti. Come disse qualcuno al suo funerale, citando Orazio: “Non morirò del tutto…”. E Angelo, 39 anni dopo, è vivissimo nella nostra memoria.

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