Frosinone, il Consiglio di Stato dà ragione alla manager cacciata dalla Asl

sabato 16 marzo 13:53 - di Redazione

Aveva ragione Isabella Mastrobuono. Avevano torto i sindaci che l’hanno cacciata senza troppi complimenti. Fine. A scrivere la parola definitiva è stata la III sezione del Consiglio di Stato con la sentenza 1671, pubblicata mercoledì sera. Hanno detto che non è una incapace, che aveva centrato i traguardi assegnati quando le avevano affidato la Sanità della provincia di Frosinone, che non c’era motivo per metterla alla porta dal suo ufficio di Direttore Generale della Asl. Solo lei, unica in tutto il Lazio. Così si legge sul sito di .Alessio Porcu che ricostruisce  l’intera vicenda.

I giudici le hanno restituito la carriera e la dignità. L’hanno reintegrata ‘ora per allora‘: significa che è come se non fosse mai stata mandata via da Frosinone, come se avesse completato i diciotto mesi di mandato che erano previsti dal suo contratto con la Regione Lazio. Glieli dovranno pagare dal primo all’ultimo giorno come se avesse lavorato: stipendio, contributi previdenziali, rivalutazione, interessi legali. Uno scherzo che oscilla tra 250mila e 300mila euro.

Isabella Mastrobuono ci avrebbe rinunciato volentieri. Avrebbe preferito la richiesta alternativa che era stata presentata per lei dal suo avvocato, il professore Francesco Castiello: uno che va in giro con la scienza di 4 lauree nella testa da quella in Giurisprudenza a quella Scienze Politiche, da quella in Sociologia a quella in Filosofia.

Cosa aveva proposto il professore senatore Francesco Castiello al posto di quel pozzo di denaro? Che la rimandassero a lavorare nel suo ufficio di Frosinone per i 18 mesi rimanenti al completamento del contratto. I giudici della III Sezione del Consiglio di Stato hanno scelto di darle i soldi. Lo hanno fatto per un motivo preciso: in questo modo Isabella Mastrobuono potrà chiedere, a parte, il risarcimento dei danni morali e di immagine che quella cacciata le ha provocato. E la Regione potrà essere perseguita per il danno erariale provocato.

La sentenza è inappellabile. Finisce qui. È “costituente giudicato, sicché le sue statuizioni sono irretrattabili”. I giudici, per evitare di essere chiamati di nuovo per questa storia, hanno già indicato il Commissario che dovrà procedere in caso di inerzia o pigrizia della Regione Lazio nell’applicare la sentenza.

Non tornerà più a Frosinone. Per molti è meglio pagarle quei 300mila euro e non rivederla. Perché per mandarla via riunirono – per la prima e unica volta nella storia della Regione Lazio dal 1972 – l’assemblea dei sindaci chiamata a valutare l’operato del manager Asl. Mai fatto in nessuna altra provincia. Nè prima né dopo. Ma pur di togliersela dai piedi erano disposti a tutto.

Lo fecero perché Isabella Mastrobuono era morbida come un foglio di carta vetrata da falegname. Non conosceva nemmeno un po’ la sottile arte della politica che l’avrebbe fatta durare in eterno a Frosinone. Se la conosceva ha fatto di tutto per tenerla nascosta. ‘Tecnicamente ineccepibile‘ hanno stabilito in via definitiva i giudici. Politicamente no: nei suoi 18 mesi a Frosinone non ha sentito voci, non si è fatta tirare né per la giacca né per il camice, non ha concesso la minima soddisfazione ai sindaci che andavano da lei per sottoporle le loro rivendicazioni. Ha tenuto chiuso l’ospedale di Anagni e non ha riaperto Alatri avviandolo all’una soluzione economicamente possibile: un’ospedale unico con Frosinone seppure diviso in due sedi.

Gigi Macchitella, il suo sostituto, ha fatto – dal punto di vista sanitario – le stesse cose che stava facendo lei. Forse anche di più. Ma con una differenza: ci ha messo l’arte della diplomazia. Che fa apparire piacevoli i suoi risultati

Il Consiglio di Stato ha condannato al pagamento, spianato la strada al risarcimento, per il modo in cui è stata trattata Isabella Mastrobuono. Una volta chiaro che si trattava di un’eccellente manager ma totalmente priva di abilità diplomatiche, resisi conto che c’era un’incompatibilità ambientale, non era necessario farla passare per incapace. Bastava trovarle una Direzione che non fosse Frosinone, appena un po’ più prestigiosa. Il che non era difficile.

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