Droga: dalla Destra parta una guerra senza quartiere per salvare le giovani generazioni

lunedì 18 marzo 15:59 - di Carlo Ciccioli

Ai primi punti dell’agenda politica della Destra va posta una guerra totale all’assunzione e alla diffusione delle sostanze stupefacenti. Un lotta che deve essere repressiva e  riabilitativa. Qualche anno fa un sociologo nippo-americano Francis Fukuyama scrisse un libro in cui sosteneva che nel giro di pochi anni 1/4 dell’economia del Pil di ogni Paese occidentale sarebbe stata economia criminale in tutti i suoi risvolti, cioè attività mafiose ed estorsive, commercio di oggetti di consumo contraffatti, dai vestiti fino ai cibi, ma soprattutto produzione, distribuzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Dico guerra perché in guerra ci sono morti, prigionieri e vittime. Non è che la guerra per la droga non ci sia mai stata, c’è un precedente famoso ed è la guerra dell’oppio in Cina, tra il 1839 ed il 1842 e successivamente tra il 1856 ed il 1860, che verteva sul divieto dell’impero cinese a commerciare l’oppio, che aveva conosciuto tra la popolazione una diffusione insostenibile con risvolti sociali devastanti. L’Impero inglese, che aveva colonizzato le Indie, al contrario sosteneva i traffici in Cina dell’oppio lì prodotto. E fu una guerra sanguinosa. Vinse l’Impero inglese che impose trattati commerciali iniqui per i cinesi. Comunque con una lotta interna ferrea, la diffusione dell’oppio fu sconfitta, al prezzo di tante vittime ed esecuzioni sommarie. Oggi siamo di fronte ad un fenomeno altrettanto grave in cui legislazioni permissive ed ideologie di legalizzazione al consumo, e soprattutto di tolleranza culturale, hanno determinato una invasione ubiquitaria di sostanze che coinvolgono soprattutto le età adolescenziali e giovanili, senza trascurare anche fasce particolari di adulti, in particolare nel mondo del jet set, dello spettacolo, degli ambienti artististici e dei cosiddetti radical-chic. Drammatica è la diffusione nelle scuole, che è stata oggetto di una recente circolare del ministero degli Interni per vincolare le forze dell’ordine a controlli di prevenzione e repressione dello spaccio. Proprio nelle scuole vengono reclutati e  fideizzati i nuovi adepti al consumo, nonchè i manovali dello spaccio insieme a migliaia di immigrati extracomunitari e profughi, sia regolari che irregolari.

Fino ad ora la politica relativa alla lotta alla droga è stata informata a principi relativi all’esito del referendum del 1993 sulla tossicodipendenza, promosso dal Partito Radicale, nella direzione della non punibilità, della depenalizzazione amministrativa, della legalizzazione della cosiddetta “cannabis legale”. Tale politica ha comportato dal punto di vista sociale un forte aumento della diffusione dell’uso delle sostanze, che in qualche modo sono tollerate e legittimate, anche se è proibito lo spaccio, tranne la detenzione di una modesta quantità, che però non è così chiaro quanto sia, a seconda del parere soggettivo del Magistrato: va da piccolissime quantità ad etti se la persona è agiata o è un cosiddetto “grande consumatore”. Di fatto la maggior parte dei servizi delle Asl si sono orientati verso “la riduzione del danno”, strategia terapeutica che va nella direzione nella sola somministrazione di sostanze sostitutive, in particolare il metadone, non avendo spesso, tra l’altro, personale e spazi sufficienti per affrontare progetti terapeutici per la disintossicazione, il mantenimento dell’astensione, il recupero e la riabilitazione dei pazienti. In generale nella maggior parte delle ASL, tranne qualche rara eccezione, la lotta e la cura delle tossicodipendenze è considerata un settore sanitario secondario. La tossicodipendenza viene definita dai trattati clinici come “malattia cronica recidivante”, cioè patologia di lunga durata e con numerose ricadute, forma clinica che tende al contagio sociale e quindi ad espandersi. Le condotte di questi malati, che solo raramente sono consapevoli ed ammettono di essere malati, cambiano a secondo di variabili esistenziali, commerciali (offerta di mercato) e delle tendenze culturali. In passato la droga per eccellenza era l’eroina, oggi in calo, sostituita o parzialmente integrata con cocaina, alcol, cannabis nelle sue varie presentazioni, droghe sintetiche. È emersa una nuova condizione patologica, denominata “doppia diagnosi”, cioè la presenza di disturbi psichici in persone che fanno a lungo uso di droga e soggetti con disturbi psichici che per “compensarsi” diventano assuntori di droga.  In entrambi i casi emerge la difficoltà a gestire contemporaneamente il disturbo psichico e le condotte conseguenti all’assunzione delle sostanze, presentandosi sia disturbi di contenuto del pensiero che comportamentali, con gravi condotte antisociali. Inoltre si è manifestata la tendenza al consumo promiscuo e contemporaneo di sostanze diverse con effetti imprevedibili e talvolta devastanti, spesso mix mortali per soggetti molto giovani o già in condizione di salute compromessa.

Il tema della lotta alla droga sta diventando quindi un tema centrale per la società occidentale, sia per le giovani generazioni che per gli adulti, nonché per le conseguenze alle singole persone: morti precoci, diffusione di malattie da contagio, comportamenti devianti ed antisociali, condotte criminali; numerosi delitti eclatanti sono stati agiti in conseguenza dell’uso di sostanze ( caso Pamela a Macerata, caso Desireè a Roma, caso Foffo a Roma, stupri generalizzati) ed ancor più numerosi gli incidenti stradali con morti come conseguenza di guida in stato di intossicazione. È evidente che una revisione delle leggi sulla lotta alla droga a distanza di 28 anni dalla prima normativa rappresenterebbe un grande cambiamento ed una svolta pressoché epocale. Oserei dire che sarebbe un giro di boa che potrebbe rappresentare un’inversione di tendenza sulla legislazione a livello europeo. Tutte le nazioni, a cominciare dalla permissiva Olanda e della Germania, stanno riflettendo sulla tolleranza all’uso di sostanze. Potremmo fare da battistrada. L’articolazione della lotta alle droghe va orientata su quattro binari: contrasto, repressione, recupero, riabilitazione con reinserimento. Ognuna di queste fasi  è necessaria perché senza le altre si determina un fallimento. Il contrasto è preventivo, giuridico ed amministrativo; la repressione è giudiziaria con la modifica delle norme di garanzia dell’imputato che, se beneficia dell’immediato rilascio, in caso di arresto o della sola denuncia a piede libero, permettono all’imputato la perpetuazione del reato di spaccio ed il consumo di sostanze stupefacenti; vanno quindi introdotte misure speciali restrittive di salvaguardia sanitaria obbligatoria; il recupero è essenziale nel rispetto della Costituzione che garantisce la salute della persona anche in condizioni di reato; la riabilitazione ed il reinserimento sono necessarie per evitare le ricadute e il reiterarsi di condotte di abuso. Qui va introdotto anche il concetto di obbligo di cura per la persona che non ha consapevolezza di malattia. Tema delicato che nella legislazione italiana è previsto nella legge 833 degli artt. 29-31-32-33 che riguardano il Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso) per le persone che presentano disturbi psichici. Tale misura, prevista per gli stati acuti e di breve durata (7 giorni rinnovabili più volte), non è adeguata per quanto riguarda le tossicomanie; che come evidenziato sopra, sono definite  “malattie croniche recidivanti” da tutti i manuali clinici della letteratura scientifica medica. Ne consegue perciò che l’unica misura giuridica applicabile è quella della nomina di un tutor nella gestione della salute per un paziente che non presenta consapevolezza di malattia e del rischio sia sanitario che esistenziale della propria vita. Nella legislazione italiana dal 2004 è istituita la legge che prevede la nomina di un “Amministratore di Sostegno”, figura che viene frequentemente applicata per anziani deteriorati, disabili o persone con deficit mentali, ma non frequentemente per tossicodipendenti che presentano analoghe difficoltà di critica. Si tratta di un provvedimento del Tribunale Civile (Giudice Tutelare), e non Penale e che salvaguarda i diritti, la dignità e la vita della persona. In questo caso riguarderebbe soprattutto la delega alle cure e alla salute della persona. Oggi viene anche utilizzato per tutelare i giocatori d’azzardo patologici, soprattutto nella salvaguardia dei beni economici e del patrimonio personale e della famiglia. Va perciò presentato dalla Destra un Testo Unico che riassuma con estrema chiarezza problematiche giuridiche, sanitarie, sociali ed obblighi per le Regioni, le Aziende Sanitarie ed i Tribunali affinché tutta la catena possa funzionare, nonché le relative sanzioni con tagli dei fondi alle Istituzioni inadempienti e procedimenti giudiziari ai responsabili delle mancate osservanze. Il tema è delicato, ma a mio parere ineludibile; si deve cominciare subito con una massiccia campagna di opinione pubblica.

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