Difesa dell’ambiente: in piazza troppa retorica, troppe semplificazioni

lunedì 18 marzo 15:43 - di Mario Bozzi Sentieri

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

È facile “essere contro”. Basta individuare un obiettivo e su quello concentrare i  propri strali. È quello che ha fatto Greta Thunberg, con la sua protesta virale. Al centro – come noto –  la mancanza di reali politiche sulla questione climatica. Dietro una sapiente regia mass mediatica, probabilmente orchestrata dalla famiglia della Thunberg, che, in pochi mesi, ha trasformato una ragazza di 16 anni seduta, ogni venerdì,  davanti al parlamento svedese con un cartello (Skolstrejk for klimatet, sciopero scolastico per il clima)   in un’ icona, paladina di un  movimento internazionale.

Lo slogan, lanciato dalla Thunberg al Forum di Davos ha una sua efficacia emotiva: «State rubando il futuro ai vostri figli». Quando si toccano le corde dei sentimenti è difficile ragionare e fare ragionare. Il discorso è di un semplicismo disarmante: «Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo». Verso dove stia  marciando e con quale idee si muova questo “cambiamento” non è ben chiaro. È  difficile chiederlo ad una ragazza di sedici anni, armata di un’onorevole passione. Non emerge però neppure nelle pieghe del “movimento”, tra quei milioni di giovani scesi in piazza per protestare contro il cambiamento climatico ed in quanti si riconoscono nel FridayForFuture.

Anche qui troppa retorica e un eccesso di semplificazioni. Da una parte a suonare è la grancassa del classico movimentismo “di sinistra”, incarnato – tra gli altri –  da il Manifesto che, in prima pagina, scrive:  “Un’onda d’urto, festosa e imponente, riempie di giovanissimi le nostre città e porta in piazza la parola d’ordine di un cambiamento radicale del vecchio e distruttivo sviluppo. In tutto il mondo la nuova generazione fa risuonare l’allarme sul destino della Terra”. Dall’altra il  trionfo dell’ovvietà, testimoniato (sul Corriere della Sera) da una classe  di un liceo dell’ hinterland milanese: “La tutela del paesaggio, l’abbassamento delle emissioni, la pulizia dell’aria e dell’acqua … chi non è d’accordo ? Davvero si può manifestare per una cosa così ovvia ?”.

Tra certo pompierismo neomaoista e il trionfo dell’ovvietà e del disincanto, dove guardare? Certamente alle  questioni di fondo di un modello di sviluppo che data ormai più di duecento anni e che fa analizzato ben oltre i suoi effetti più o meno devastanti, partendo dai processi di secolarizzazione della cultura e della società. Tra “città celeste” e “città terrestre” il mondo moderno, scegliendo la seconda, ha  coerentemente scelto una linea ed attivato quei processi di consumo (non solo economici ma anche ambientali) di cui il cambiamento climatico è una conseguenza tra le tante. Il  modello di sviluppo (e quindi di cultura, di società, di economia) oggi dominante va  certamente ridiscusso, partendo però  non solo  dai costi della cosiddetta “società opulenta” quanto anche dai  sacrifici che ognuno dovrà fare per raddrizzarne le storture. I giovani del FridayForFuture sono pronti a fare la loro parte? E dunque sono disposti a rinunciare allo Smartphone di ultima generazione, al ciclomotore rombante, ai facili consumi domestici, al cibo precotto, alle scarpe griffate “made in China”, alle bevande gassate e plastificate, ai contenitori usa e getta, agli  spostamenti aerei Low Cost? Guardiamoci tutti (giovani e meno giovani) allo specchio e cerchiamo di essere coerenti: manifestare non basta se non si tirano le dovute conseguenze, assumendo su di noi  le rispettive responsabilità. Se il mondo è di tutti, ognuno se ne faccia carico a partire dal proprio “modello di vita”.

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