De Gregori: Salvini razzista? Chi fa queste accuse non ha argomenti

mercoledì 13 marzo 13:24 - di Alessandra Danieli

«Non ho mai avuto un prezzo, neanche quando le tasche erano vuote». Alla sua età può permetterselo. Francesco De Gregori , alla soglia dei 68 anni, è nato il 4 aprile 1951, si racconta a Vanity Fair con il suo inconfondibile stile disincantato e una sincera avversione per l’ideologia. Determinato a rinnegare l’appellativo di “maestro” («Mi sono sempre visto come un uomo normale, che fa un lavoro normale. A me pare di svolgere quasi un servizio pubblico. L’artista lavora per la gioia degli altri. Non ho niente da insegnare a nessuno, anzi, mi capita di imparare ancora molto dagli altri»).

Una carriera densa di capolavori, quella del “principe” della canzone italiana, fatta di colte incursioni nell’attualità con una vena “scorretta”, come in Cuoco di Salò, sospesa tra sogni e miraggi . Nei suoi testi,non sono mancati anche riferimenti politici sussurrati, mai urlati come per i cantautori impegnata della sua generazione. «Non avrei mai scritto una canzone su Che Guevara o Carlo Giuliani. Ho sempre diffidato dalla superideologizzazione», dice spendendo parole di stima per Tenco,  De André, Tricarico, definiti “sghembi”. Lontano anni luce dagli slogan e dalle professioni di fede. «Da ragazzo dicevo per chi votavo, oggi non mi va più di farlo, né ho mai anelato a sostenere pubblicamente qualcuno. Non bramo per abbracciare o essere abbracciato dalla politica, non mi presto a un ragionamento parziale per vedere il mio pensiero sintetizzato allo scopo di fare casino».

De Gregori evita accuratamente giudizi sbrigativi sul governo gialloverde ma non si sottrae a una critica alla vulgata sul vicepremier leghista. Salvini razzista? «Mi sembra superficiale definire Salvini razzista. Come spesso è stato l’uso dell’aggettivo fascista o comunista attribuito al nemico politico solo per evitare di scendere sul piano della contestazione critica». Poi confessa di aver avuto con le sue canzoni più popolari un rapporto spessp conflittuale. Come per la celebre e amatissima La leva calcistica del ’68 con Nino che ha paura di tirare un calcio di rigore. «Ho litigato spesso con La leva calcistica del ’68. Fino a quando l’ho cantata pensando a me stesso nei panni di un bambino calciatore mi è parsa una canzone datata e anche un po’ finta. Ora la canto volentieri perché riflettendoci credo che sul campo non vada soltanto Nino con la sua maglia numero 7, ma un aggregato umano composto dalle suggestioni di una persona che tutto desiderava nella vita tranne star fermo».

 

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