«Dalla Libia gli scafisti preparano una nuova invasione di immigrati». La denuncia dell’ammiraglio De Felice

sabato 9 marzo 10:30 - di Giorgia Castelli

«L’arrivo della bella stagione incoraggia gli scafisti a riprendere il loro ignobile e lucroso traffico di esseri umani. Occorre attivare l’organizzazione nazionale per la crisi in Libia prima che si verifichi qualche altra tragedia in mare». L’ammiraglio di Divisione Nicola De Felice, fino a tre mesi comandante di Marisicilia, in un’intervista a Farefuturofondazione.it,  lancia l’allarme di una nuova invasione. L’alto ufficiale ha partecipato a numerose missioni all’estero, dal Libano al Kossovo. È stato a Parigi, inviato come consulente operativo del programma missilistico Italo-Francese “Fsaf”. È stato anche comandante di importanti unità della Marina Militare come le fregate “Orsa” e “Scirocco” e del cacciatorpediniere “Francesco Mimbelli”.

Per De Felice «il  verificarsi di un rinnovato flusso di migrazione illegale via mare dalla Libia e dalla Tunisia nei prossimi mesi è alquanto probabile. Il tempo buono e il mare calmo – nonché la peggiorata instabilità della situazione in Libia – invoglieranno i trafficanti di esseri umani a rinnovare le loro intenzioni riavviando l’ignobile mercato degli schiavi, in versione XXI secolo». E spiega che gli strumenti per contrastare il fenomeno «già ci sono, occorre la volontà politica di utilizzarli. L’Italia può organizzare una “strategia diretta” di doppio blocco navale, responsabilizzando l’Onu  per una più efficace gestione della crisi umanitaria in Africa e gli Stati di bandiera delle navi che solcano il Mediterraneo per il rispetto di chi deve assicurare asilo politico secondo i dettami della Legge del Mare delle Nazioni Unite e del Trattato Ue di Dublino, art. 13. Questo consente di raggiungere l’obiettivo di stroncare sul nascere un fenomeno che tanti morti ha provocato in mare». De Felice che conosce da vicino il problema dei flussi migratori che incalzano da Sud per essere stato addetto per la Difesa dell’ambasciata italiana a Tunisi e dal 2015 al 2018 il numero uno della Marina in Sicilia e puntualizza che «le condizioni politiche, sociali, economiche e umanitarie in quell’area geografica risultano oramai inaccettabili. Non si può più fare finta di nulla.  Siamo di fronte a una minaccia per gli interessi italiani e anche internazionali. La Libia, in particolare, non è in grado di garantire in proprio le funzioni istituzionali di un’organizzazione statuale, prima fra tutte quella della sicurezza. Nel mese di maggio le condizioni politiche in Europa potrebbero essere più favorevoli e molti sono gli avvicendamenti che si attendono entro l’anno, a partire dall’Alto Rappresentante degli Affari Esteri e della Sicurezza dell’Ue, del presidente della Commissione Europea, del semestre di Presidenza del Consiglio Europeo e anche alla Bce. Inoltre, c’è un generale italiano chairman del Comitato Militare europeo». L’ammiraglio afferma che «la crisi in Libia non è avvertita in Europa nello stesso modo che in Italia, ma il protrarsi per un così lungo periodo potrebbe espandersi in altri domini. Non interpretata correttamente, la crisi libica può causare delle prese di posizione imprevedibili  da parte dei numerosi attori coinvolti. Consideriamo il caos che caratterizza la Libia e i numerosi clan che si sono formati e si muovono dopo il vuoto di potere scaturito dall’intervento voluto dalla Francia nel 2011». Gli organismi per affrontare in primavera l’emergenza immigrazione e gestire la crisi in Nord Africa ci sono. «In ambito nazionale – dice – la responsabilità della gestione della crisi risale all’Organizzazione nazionale per la gestione delle crisi. L’organizzazione posta in essere determina le misure necessarie da attuare, sia come Nazione che come Stato facente parte di organizzazioni quali l’Onu, la Nato, l’Ue, l’Osce o coalizioni che maturino analoga volontà di cooperare, da creare ad hoc ovvero permanenti. Il Comitato Politico Strategico (CoPS) di tale organizzazione valuta gli elementi di situazione e gli eventuali provvedimenti da sottoporre all’approvazione del Consiglio dei Ministri dando l’indirizzo strategico all’approccio della crisi. Il CoPS interagisce con gli attori esterni, in particolare con il Consiglio Europeo e con il Consiglio Atlantico, con le ambasciate dei Paesi dell’aerea. Se si fosse perseguita l’applicazione di tale organizzazione nel caso della nave “Diciotti”, non saremmo giunti al paradosso di vedere indagato un ministro del governo».

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