90 anni fa il fascista Notari elogiava in un libro la “donna di tipo tre”. L’opposto dell’angelo del focolare…

lunedì 11 marzo 14:44 - di Annalisa Terranova

Era il 1929 quando lo scrittore fascista e amico di Marinetti Umberto Notari pubblicava il profetico libro “La donna di tipo tre“. Un testo che già all’epoca riteneva superato il modello “angelo del focolare” e quello della donna “riposo del guerriero”. L’analisi di Notari fu davvero lungimirante: le donne inseguivano ormai l’indipendenza economica e avrebbero costretto il maschio nell’angolo, in un ruolo marginale. Una visione che oggi appare molto attuale e che di fatto confuta quanti associano il fascismo a un improponibile “ritorno al medioevo”. Già 90 anni fa, invece, certe riflessioni sulla donna lavoratrice, non prive di un tocco ironico e disincantato, erano all’ordine del giorno.

La donna moderna o “donna tipo tre” – annotava Notari –  è colei che dai proventi del proprio onorevole lavoro trae i mezzi di sussistenza e si trova di fronte all’uomo – padre, fratello, marito o amante – in condizioni di assoluta indipendenza economica”. Questa nuova figura prende piede e modifica tutti gli aspetti della vita femminile, cambiando totalmente il comportamento e le abitudini delle donne italiane. Un cambiamento che si riflette nella moda dell’epoca, tesa a razionalizzare l’abbigliamento eliminando il superfluo e adattandolo alle esigenze di una donna i cui ritmi si fanno più veloci, abituata a uscire sola e a vestire comodamente.

Notari del resto si era già fatto notare per la spregiudicatezza d’analisi col suo romanzo d’esordio Quelle signore (1904) ambientato in un bordello. Il protagonista, il poeta Ellera, era ispirato al personaggio di Marinetti. Pagine che fecero scandalo e decretarono un enorme successo del libro. Marinetti fu a sua volta biografo di Notari, scrittore del tutto dimenticato, forse anche a causa della firma posta sotto Il Manifesto della razza. Una macchia nella produzione letteraria di un intellettuale arguto al quale si devono in ogni caso analisi profonde sui cambiamenti del costume e della moda che non possono essere ignorati.

Era la moda il campo in cui maggiormente si manifestavano i cambiamenti sociali che investivano il mondo femminile: Notari ne era consapevole e così anche il fascismo che da subito ingaggiò una battaglia che oggi definiremmo “sovranista” per imporre una moda nazionale indipendente dai modelli francesi.

A ingaggiare battaglia contro Parigi per una moda italiana e vincente fu anche Lydia De Liguoro, fondatrice della rivista Lidel e accanita antagonista dell’esterofilia delle dame italiane. Fervente nazionalista, protagonista della campagna contro il lusso straniero agli albori degli Anni 20 del Novecento, la De Liguoro finì con l’aderire al fascismo e vi trovò l’ambiente ideale per l’affermazione dell’italianità nel campo dei figurini di moda. Un clima talmente contagioso che a Firenze la contessa Rucellai organizzò un ballo dove era di rigore indossare la tuta disegnata dal futurista Thayaht, “inventore” del capo d’abbigliamento più proletario che ci sia.

E proprio le ricerche degli storici della moda, come quelle di Sofia Gnoli, stanno lì a dimostrare che nei messaggi del fascismo alle donne si fondono, in particolare negli Anni 30, richiamo alla tradizione della “madre e sposa esemplare” e modernizzazione. Un intreccio ben visibile anche nella proposta culturale del fascismo alle donne: così mentre La Donna pubblicava a ogni numero lezioni di ginnastica e Gino Boccasile disegnava per la copertina di Grandi Firme una prosperosa signorina in un’elegante divisa da sci a tuonare contro il nuovo stile di vita atletico rimaneva solo la stampa cattolica, con Famiglia cristiana allarmata per la moda che attirava «la donna fuori di casa con gli spassi e lo sport».

Testimonianza di questo fervore culturale che non trascurava l’elemento femminile fu l’intuizione dell’Ente nazionale della moda che – tra propaganda a volte becera e battaglie culturali per far emergere lo stile italiano – riuscì alla fine a promuovere creatività, competenza, alto artigianato e spirito di iniziativa. Così fu proprio sul finire di una guerra tragica e dolorosa che «gli italiani dopo secoli di sudditanza iniziarono», scrive Sofia Gnoli, «a prendere coscienza del proprio enorme potenziale creativo che preluse all’affermazione del nostro stile nel mondo».

 

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