«Volevo essere il vendicatore di Pamela». Luca Traini parla con “Repubblica” del raid di Macerata

domenica 3 febbraio 10:06 - di Fortunata Cerri

Pentito, “e non da oggi”. A un anno esatto dal raid di Macerata dove sparò a nove persone di colore ferendone sei, Luca Traini parla e si racconta a Repubblica, in una lunga intervista firmata Ezio Mauro. Dagli spari al ravvedimento, il 29enne di Tolentino ripercorre le tappe che lo hanno portato nel febbraio 2018 a impugnare la Glock e sparare contro i migranti sulle strade della città marchigiana in nome di Pamela Mastropietro.

«In quel momento era così – racconta Traini – Posso provare a spiegare, anche se non è semplice. Per me gli spacciatori avevano ucciso Pamela, e gli spacciatori erano loro, i negri. Li chiamavo così. Oggi li chiamo neri. Poi – spiega ancora – in questi mesi passati in carcere, ho lentamente capito che gli spacciatori sono bianchi, neri, italiani e stranieri. La pelle non conta. Vede, qui dentro si capiscono molte cose, guardando gli altri e parlando con loro».

Luca Traini: «È stata un’esplosione dentro di me»

Ormai lontani i tempi in cui Traini si era «sentito spinto, trascinato da una scelta che era come un dovere. Un miscuglio di sensazioni, stati d’animo, emozioni. Quel giorno – racconta – ero e volevo essere il vendicatore. Il perché, oggi è difficile da rintracciare, in mezzo a quei sentimenti che mi dominavano. È stata come un’esplosione dentro di me». Esplosione che lo ha portato a cercare una mattina di febbraio i suoi bersagli, maschi, africani, neri e giovani come il nigeriano incarcerato per Pamela. «Li avevo identificati così – dice – A Macerata, per me allora gli spacciatori erano nigeriani. E li ritenevo responsabili dello scempio sul corpo della povera Pamela. Poi, quando in carcere ho visto passare davanti a me uno degli indagati per quell’omicidio, l’ho guardato e ho capito che l’odio era svanito. Restava l’orrore per quella vicenda terribile, ma senza più odio».

E a Mauro che chiede se non avesse mai pensato in quei momenti che i bersagli fossero innocenti, Traini risponde: «No, in quel momento pensavo a quel che dovevo fare, e che volevo fare. Non avevo altri pensieri. Anzi, non percepivo nulla di quel che succedeva intorno a me, fuori, ero isolato nella mia automobile. Quasi non avvertivo sensazioni corporee, non sentivo né il caldo né il freddo. Tanto che sono sceso dalla macchina per consegnarmi ai carabinieri in maniche corte, ed era il 3 di febbraio».

«Non era odio razziale»

Era odio razziale il suo? «No, era odio e basta. Se fosse stato un bianco a uccidere così Pamela – afferma -, avrei cercato di vendicarmi su di lui nello stesso modo. Poi, certo, c’era quel mio pensiero fisso sui neri nigeriani, lo spaccio e la fine di Pamela». Quanto ha pesato sulla sua azione l’ideologia di estrema destra, la convinzione di fare una “spedizione contro il male”? «Tutta la mia ideologia politica, Dio, patria, famiglia, onore, ha pesato in quel mix esplosivo. La tragedia di Pamela ha fatto da innesco, e ha incendiato tutto». E ancora: «Per me il saluto romano era un gesto abituale. Un rituale simbolico. Lo facevo ogni mattina al sole nascente. Dunque non era una sceneggiata. Certo, dopo gli incontri e i colloqui in carcere, ho cominciato a rivisitare i miei gesti, e si è fatto strada il pentimento. Ma sono due momenti diversi».

Per Luca Traini il pentimento arriva insieme alle lettere della famiglia, sotto choc, e con le immagini dei feriti alla tv: «Hanno contato molto – dice ancora a Repubblica – in particolare le cose che mi dicevano i miei familiari. Ma soprattuttoha contato per me vivere in carcere con detenuti di ogni Paese: mi ha fatto capire che la pelle non conta. Mi sono reso conto che alla fine siamo tutti poveracci».

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