Strage di Bologna, le “bizzarre indagini” su Cavallini e il tragico precedente istriano

domenica 10 febbraio 18:41 - di Massimiliano Mazzanti

La Procura generale del Tribunale di Bologna non s’accorge – indagando sui fantomatici rapporti tra Gilberto Cavallini e Licio Gelli – di scadere quasi nel ridicolo, imponendo ai Carabinieri di ascoltare “a sit” – sommarie informazioni testimoniali – addirittura il figlio dell’ex-militante dei Nar. Giusto per inquadrare al meglio le dimensioni delle cose, si sta parlando di una persona che nacque proprio nell’estate del 1980 e che aveva solo tre anni, quando il padre fu arrestato. Un ragazzo, quindi, che è cresciuto senza aver rapporti diretti col genitore, almeno fino alla maggiore età, essendo stato quest’ultimo detenuto in forme “dure” o “speciali” per buona parte dei 36 anni scontati. Ora, già la sola idea di andare a perquisire la casa di Flavia Sbrojavacca – la donna che nell’80 era compagna di Cavallini -, al fine di trovarvi oggi riscontri degli eventuali rapporti “finanziari” tra Gelli e l’ex-Nar si è dimostrata per lo meno bizzarra; ma pensare che di questi rapporti potesse in qualche modo esserne al corrente il figlio, appunto, riduce questo secondo troncone delle nuove inchieste a poco più di una barzelletta. Se la generale serietà e tragicità della materia non lo impedisse, la notizia odierna dovrebbe essere liquidata con ironia, commentando col dovuto sarcasmo il fatto che a qualche magistrato sia baluginata l’idea che “papà Cavallini”, dovendo ricostruire dopo anni di detenzione un rapporto col figlio, gli parlasse del “buon zio Licio che tanto provvede alla famiglia”. Ricordando come l’unica traccia finora mostrata di questi possibili denari transitati dalle casse della Cia a quelle della P2 e, da qui, a quelle dell’eversione spontaneista, sia un’annotazione dello stesso Cavallini in cui la frase <3.500.000 IN franchi svizzeri> viene curiosamente cambiata e letta in <3.500.000 DI franchi svizzeri> – perché è fondamentale ipotizzare un finanziamento demoniaco di almeno qualche milione di dollari, non potendo seriamente pensare che qualcuno si sia prestato a uccidere 85 persone per un migliaio di “verdoni” o poco più -, più che alle investigazioni, si è appunto alla commedia degli equivoci.

D’altro canto, non è stato qualche fazioso commentatore delle vicende processuali bolognesi, ma  colleghi magistrati a bollare le ipotesi che legherebbero Gelli a Cavallini, la Strage di Bologna ad altre, determinate oscure pagine della Repubblica degli anni ’70 e ’80, come <bizzarrie logico-giuridiche>. Però, evidentemente, ciò che è “bizzarro” per la Procura della Repubblica, non lo è altrettanto per la Procura generale. E questo non contribuisce certamente ad accrescere il tasso di fiducia del cittadino comune nell’istituzione giudiziaria italiana. Per altro, in questo strano tentativo di creare “collegamenti” e “paralleli” storici nelle vicende terrorostihe italiane, la giornata odierna ne suggerisce uno che, di norma, si tende a dimenticare. bombe che vengono innescate e fatte esplodere ad agosto tra la gente; decine e decine di morti; la mano dei servizi segreti; il giornale “l’Unità” e il Pci che denunciano a gran voce le responsabilità delle strutture militari atlantiche, prima; oscure “trame neofasciste”, poi. Ovviamente, non si sta parlando della Strage di Bologna o di un’altra di quelle degli anni ’70, non ostante la curiosa ricorrenza degli eventi e delle circostanze; bensì, della strage di Vergarola, del 18 agosto 1946, con cui l’Ozna, i servizi segreti jugoslavi di Tito, assassinarono 65 istriani, spingendo crudelmente gli abitanti di Pola – non ancora assegnata alla neonata repubblica comunista – a dare il via al tragico e drammatico esodo. Già, la prima strage indiscriminata della storia italiana post-bellica fu certamente una strage comunista, compiuta da mani straniere e “inquinata” nell’individuazione delle responsabilità dalla stampa “rossa” italiana. Un bel precedente, no?

 

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