Menia: «Abbiamo fatto vincere la verità. Oggi solo gli imbecilli negano le foibe»

domenica 10 febbraio 5:49 - di Annamaria Gravino
menia

«Almirante diceva “sorridi quando vedi la tua verità comparire sulle bocche degli altri”. Noi, oggi, abbiamo di che sorridere». A 15 anni dall’approvazione della legge che istituisce il Giorno del Ricordo e che porta il suo nome, Roberto Menia ripensa a quando «a Basovizza ci andavamo solo noi, c’era solo Almirante». «Oggi – sottolinea – c’è Giorgia Meloni nel solco della tradizione, ma ci sono anche Salvini, Tajani, Serracchiani, i parlamentari del Pd». «Io ho l’orgoglio di aver contribuito a fare in modo che le foibe siano diventate patrimonio di tutti. Ci stanno tutti – chiarisce Menia – salvo gli imbecilli».

Eppure, anche quest’anno, abbiamo visto che di imbecilli ce ne sono ancora tanti in giro…

È una cosa a cui assistiamo ciclicamente, annualmente: vengono organizzate manifestazioni non solo da associazioni, ma anche da istituzioni, amministrazioni pubbliche che vanno nel senso opposto alla verità. Ma questi che si ostinano a negare, a giustificare si squalificano da sé, anche se danno il segno di come in questa Italia esista ancora un’onda di ritorno, nonostante i 75 anni trascorsi.

Non le sembra che quest’anno l’«onda di ritorno» sia stata particolarmente violenta?

Si sentono mancare il terreno sotto i piedi, sono rimasti isolati. La stessa sinistra ha fatto un’opera di rivisitazione e di mea culpa. E del resto ci sono cose che non si possono più negare. La storia è di per sé revisionista, passano gli anni, cambiano tante cose. Solo l’Anpi non cambia mai.

Secondo lei, perché?

Ma chi ci sta oggi nell’Anpi? I partigiani veri non ci sono più. Ci sono dei giovanotti di sinistra estrema che fanno negazionismo e si comportano come nei centri sociali. Ci fossero ancora i partigiani veri, dovrebbero sconfessarli loro ‘sti personaggi.

Quanto incide l’uscita di Red Land sui rigurgiti negazionisti di quest’anno?

Red Land è un film molto ben fatto, con un lavoro di ricostruzione storica che, salvo piccole digressioni dovute alla narrazione filmica, è molto preciso. È anche molto crudo, è un pugno allo stomaco, ed è giusto che lo sia. E il fatto che sia passato in prima serata in Rai è molto positivo. Opere come questa, per la quale il regista Maximiliano Hernando Bruno è stato scelto il premio Histria, o come a suo tempo il bellissimo Magazzino 18 di Simone Cristicchi rappresentano senza dubbio una vittoria della verità. La legge ha dato una spinta a tante cose, ha consentito di squarciare il velo di ipocrisia, ha aperto alla possibilità che il tema delle foibe arrivasse alla nostra coscienza collettiva anche attraverso i canali culturali e artistici. Questo è un fatto molto potente, contro il quale il negazionismo si sente arrancare sempre di più.

Che effetto le ha fatto il discorso di ieri di Mattarella?

Ho molto apprezzato la condanna netta del negazionismo e la chiarezza con cui ha parlato delle colpe del comunismo. Mattarella ha sottolineato in modo ancora più significativo quello che già era avvenuto con i precedenti presidenti della Repubblica. Io ricordo che Cossiga fu il primo a venire a inginocchiarsi fisicamente sulla foiba di Basovizza, chiedendo scusa a quei caduti e alle loro famiglie perché convenienze di ordine politico avevano impedito che accadesse prima di allora. Poi ci fu Ciampi, che usò parole durissime e volle fortemente la medaglia per Norma Cossetto. E Napolitano che diede vita a un confronto molto forte, anche polemico con il presidente croato. La linea del Quirinale è molto significativa. Quando il presidente della Repubblica parla, lo fa a nome dell’istituzione, della nazione italiana. E la bocca dei negazionisti si tappa, punto e basta.

Basta davvero?

Non del tutto. Dovremmo iniziare a essere consequenziali: se ci sono amministrazioni pubbliche che avallano il negazionismo non ci si limiti a censurarle, ma si prendano provvedimenti. Se l’Anpi nega le foibe, si tolgano i finanziamenti. E poi si intervenga per togliere la medaglia a Tito: è davvero ora che si metta fine a questa vergogna.

Lei come lo vive questo 10 febbraio?

Intanto con orgoglio. Penso che questa legge, al di là del fatto giuridico legislativo, rappresenti un’eredita morale e di cultura nazionale che la destra lascia al Paese. E io posso dire di aver lasciato qualcosa di buono della mia vita parlamentare. E poi lo sto vivendo in giro per l’Italia: oggi a Trieste per la consegna delle medaglie nominative istituite dalla legge, a Basovizza e poi in Campania, per un giro che farò nelle scuole di diversi Comuni. In questi giorni sono sempre nelle scuole.

 

 

 

 

 

Commenti

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  • GIUSEPPE IOVINO 10 febbraio 2019

    Non intendo assolutamente mettere in dubbio la tragedia delle Foibe, ma signori, ciò che più mi fa sentire scarsamente innamorato del popolo italiano, è la non accettazione dei profughi una volta arrivati in Italia. Non accettazione in Croazia, non accettazione in Italia una situazione che ancora oggi non riesco a comprendere, d’altronde si vede anche nelle diatribe politiche attuali, per il partito si tifa anche contro l’Italia con lo spread. Siamo un popolo strano e sicuramente inaffidabile.

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