Maria Pasquinelli: si oppose con le armi a chi consegnò terre italiane alla Jugoslavia di Tito

lunedì 11 febbraio 19:54 - di Antonio Pannullo

Proprio in questo giorno, nel 1947, Maria Pasquinelli armò la sua mano e uccise con tre colpi di pistola il brigadier generale inglese Robert de Winton, comandante la guarnigione “alleata” a Pola. In quelle stesse ore la città di Pola veniva assegnata dagli “alleati” alla Jugoslavia. Maria Pasquinelli, come disse in seguito e come lasciò anche scritto, con quel gesto interpretò i sentimenti di migliaia di polesani, di istriani, fiumani, dalmati, colpendo il responsabile simbolico dell’assegnazione di quelle terre italianissime ai titini, e causano di conseguenza l’esodo drammatico di centinaia di migliaia di italiani che non rivedranno più la terra dei loro padri. Rigurgito fascista, si disse, ma in realtà Maria Pasquinelli era una fervente patriota, insegnante a Pola, che non sopportò lo scempio che si stava facendo di un popolo e di una terra. E dopo un profondo conflitto interiore decise di attuare quel gesto estremo. Naturalmente la vicenda va contestualizzata: in anni in cui gli italiani venivano massacrati perché tali, infoibati, annegati, fucilati, e le donne stuprate, torturate, seviziate, in un periodo in cui tutti erano armati e nessuno di poteva opporre alle orde comuniste titine, la figura di questa esile donna che colpisce il più alto rappresentante degli oppressori della sua terra, merita certo, se non giustificazione, profonda comprensione. Molti italiani avrebbero voluto essere al suo posto e la Pasquinelli divenne subito l’eroina dei profughi italiani.

Era nata a Firenze nel 1913,  maestra, laureata in pedagogia, a venti anni si iscrissse al Partito nazionale fascista e frequentò la Scuola di mistica fascista di Niccolò Giani. Allo scoppio della guerra partì volontariamente come crocerossina per la Libia, dove tentò anche di raggiungere il fronte travestita da soldato. Ricondotta in patria, chiese di andare in Dalmazia, dove insegnò a Spalato. Imprigionata e condannata a morte dai partigiani comunisti jugoslavi e poi liberata dai tedeschi, la Pasquinelli si occupò della riesumazione delle salme degli italiani uccisi e documentò le stragi comuniste. Minacciata ancora di morte, riparò a Trieste. Preso contatto con la Repubblica Sociale e in particolare col comdandante Junio Valerio Borghese, fu inviata in Istria per documentare le uccisioni degli italiani. Per effettuare le sue ricerche chiese anche la collaborazione, oltre che ai fascisti, anche al Cln, ciò che la mise in cattiva luce coi tedeschi. Solo l’intervento diretto di Borghese la salvò da una detenzione da parte dei tedeschi. Poi venne l’uccisione di de Winton colpito mentre passava in rassegna la guarnigione britannica. Subito dopo l’omicidio, la Pasquinelli lasciò cadere l’arma e si fece arrestare dai militari inglesi. Addosso le fu trovato questo biglietto: «Mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio». Il 10 aprile 1947 Maria Pasquinelli fu condannata a morte dalla corte “alleata” a Trieste. Il giorno dopo il capoluogo giuliano fu invaso da manifestazioni di solidarietà con Maria Pasquinelli. La pena capitale fu commutata in ergastolo. Maria Pasquinelli rimase in carcere 17 anni e nel 1964 tornò libera. Andò a vivere a Bergamo con la sorella, dove visse fino alla morte, avvenuta tre mesi dopo il suo centesimo compleanno. E comunque aveva pagato per il suo reato.

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