L’antifascismo? Per Repubblica non è più una priorità se deve vendere il libro del “repubblichino”

sabato 9 febbraio 15:29 - di Antonio Pannullo

Oggi il quotidiano la Repubblica mette in vendita insieme con il giornale il libro di Giulio Bedeschi Centomila gavette di ghiaccio. Un libro autobiografico dell’autore, ufficiale medico dell’Armir (il corpo di spedizione italiano in Unione Sovietica), che partecipò alla campagna di Russia. Il libro, edito dalla Mursia, dal 1963 a oggi ha superato i quattro milioni e mezzo di copie vendute, oltre a numerose riduzioni scolastiche. E probabilmente è stato questo dato statistico a far superare ai manager di Repubblica la tradizionale pregiudiziale antifascista e la retorica resistenziale, di cui il quotidiano di Scalfari ha sempre fatto la sua bandiera. Sì, perché l’autore del libro, Giulio Bedeschi, oltre a essere uno stimato medico, un eroico alpino e un grande scrittore nonché tramandatore di memorie belliche, era un esponente di rilievo della Repubblica Sociale italiana, alla quale aderì convintamente, e nel corso della guerra civile si distinse soprattutto nella lotta antipartigiana nel forlivese, al comando della XXV Brigata Nera “Arturo Capanni”. Arturo Capanni era il precedente comandante della Brigata, rimato ucciso in un attentato. Bedeschi per tutta la sua vita non raccontò mai questo suo passato, che per molti è “oscuro” ma per noi è soltanto una libera scelta di un soldato che non concepiva l’idea di iniziare la guerra da una parte e finirla dall’altra. Bedeschi dopo la guerra preferì concentrarsi, oltre che sulla sua professione – era reumatologo – anche sulla memorialistica della Seconda Guerra Mondiale: dopo l’uscita di Centomila gavette di ghiaccio, infatti, molti ex soldati gli scrissero raccontandogli le loro esperienze belliche. Sembra improbabile che gli strateghi di Repubblica non conoscessero il passato del “repubblichino” Bedeschi. E avrebbe dovuto insospettirli il fatto che il libro, pur essendo stato scritto nel 1945/46, fu pubblicato solo nel 1963 appunto da Mursia (tra l’altro casa editrice fondata da un ex partigiano) dopo aver collezionato ben 16 rifiuti da parte di vari editori. E, poiché il libro vale, il motivo di questi rifiuti deve essere stato soltanto politico, nell’ottica di quella damnatio memoriae che riguardava tutti gli aderenti alla Rsi, damnatio memoriae che nel corso dei decenni è stata vanificata dalla storia. Le favolette che per anni hanno raccontato agli italiani sulla guerra di liberazione, che fu invece una autentica e sanguinosa guerra civile, sono state smentite dalla verità dei fatti, nonostante l’impegno di Repubblica e di altri giornali democratici e antifascisti. Certo, è un bene che oggi il libro dell’ex federale fascista di Forlì, direttore del giornale fascista Il popolo di Romagna, sia diffuso senza pregiudizi, vuol dire che il passato sta veramente passando, e che si inizi a considerare gli uomini della Repubblica Sociale italiani a tutti gli effetti, italiani che fecero una scelta anziché un’altra, e che si batterono per le idee in cui credevano. E Bedeschi fu certamente una di queste persone: riteneva i partigiani una forza da contrastare e lo fece con tutto il suo impegno, coerentemente con le sue convinzioni, che furono sempre di fedeltà a Mussolini e al fascismo. Vogliamo qui ricordare che dopo il 25 aprile i partigiani rossi del Vicentino, nella zona di THiene, assassinarono sul posto molti militi della Brigata Nera, e altri 25, arresisi, furono prelevato e fucilati senza processo. Bedeschi fu ricercato a lungo dai partigiani, che però non lo trovarono mai. Si rifugiò, a quanto pare, dapprima a Trieste, e poi in Sicilia, a Ragusa, dove visse nascosto, o comunque defilato, per 4/5 anni, esercitando la sua professione di medico. Nel 1946 fu giudicato un “fascista politicamente pericoloso” e invitato a presentarsi a processo. Dopo di che fu considerato latitante e privato dei dirtti civili per dieci anni. Quando le acque si furono calmate tornò in Veneto dove poi morì, a Verona, nel discembre del 1990. A Thiene, dove combatté, gli è dedicata una strada, mentre la biblioteca del suo paes enatale, Arzignano, è a lui intitolata. Bedeschi ha vonto numerosi premi letterari, ma soprattutto è diventato il cantore dell’eroismo italiano durante quella tragedia che fu la guerra. Per il suo ruolo di medico  Bedeschi in Russia tenne accurate annotazioni di quello che succedeva, il numero dei caduti, etc., e fu sulla base di questi appunti che scrisse il suo capolavoro. Capolavoro che va ricordato però, a nostro avviso, soprattutto perché l’autore ha saputo e voluto descrivere i piccoli e grandi gesti di altruismo e di eroismo durante la tragica ritirata da parte dei nostri soldati. Un affresco tutto italiano e patriottico che Repubblica fa bene a riproporre.

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