L’Africa mangiata viva da Francia, Usa e Cina: ma il colonialismo non era finito?

giovedì 28 febbraio 19:17 - di Antonio Pannullo

Nel 1960, anno di molte indipendenze di nazioni africane, la popolazione dell’intero continente nero non arrivava a 300 milioni di anime, per un totale di 54 Stati (oltre al Sahara spagnolo e il Somaliland, su cui pesa un contenzioso): oggi, supera il miliardo e 200 milioni. La nostra tesi non è che durante il periodo coloniale l’Africa stava meglio; la tesi è che in Africa il periodo coloniale non è mai finito, solo che è più subdolo. Ma le cose allora erano più chiare, ossia si sapeva chi governava e di chi erano le responsabilità. Premesso che in Africa vi sono più risorse minerarie di quelle degli altri continenti messe insieme, attualmente Stati Uniti, Francia e Cina stanno attingendo a piene mani dalla risorse del continente attraverso vari metodi di sfruttamento, ma non sono i soli. Ogni giorno aerei cargo di varie nazionalità portano via dall’Africa immensi tesori, e milioni di ettari di terra vengono acquistate da società straniere. Chi certamente non usufruisce delle ricchezze del proprio territorio sono i popoli africani, che oramai hanno smesso di lottare per l’indipendenza e stanno lottando per fuggire da casa loro e invadere l’Europa.

Gli africani – e neanche molti occidentali, a quanto pare – non hanno compreso che l’indipendenza non porta automaticamente libertà, democrazia e prosperità, come loro credevano. La delusione degli africani deve essere stata enorme, dopo che hanno visto all’indomani delle indipendenze, affrettate per motivi geopolitici, i loro Paesi devastati da guerre civili, feroci dittature, oligarchie avide, declino dei diritti umani e il proliferare delle pandemie tenute fino allora sotto il controllo da parte delle autorità coloniali: insomma, tutto il contrario di quello che avevano sperato di raggiungere con le indipendenze. Il risultato, e questi sono fatti sotto gli occhi di tutti, è che ora si sta peggio di quando gli facevano credere di stare male.

Come si è arrivati a questo punto? Tutto nacque con la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando sembrava che il mondo dovesse cambiare in meglio: libertà, democrazia, suffragio universale, pace e benessere per tutti. Ma queste cose non marciavano di pari passo tra loro e gli africani se ne accorsero presto. Alla fine della guerra in tutto il continente solo la Liberia era libera: fu fondata infatti nel 1822 dagli ex schiavi americani di ritorno, ma neanche questo esperimento fu troppo felice. Negli ultimi anni la Liberia è stata devastata da guerre civili sanguinosissime. L’Egitto e il Sudafrica godevano di una certa autonomia ma erano sempre soggetti alla Corona inglese. Libera era anche l’Etiopia, perché gli inglesi riportarono al potere Hailé Selassié nel 1944, “liberando” il Paese dagli italiani. Selassié come prima cosa abolì la schiavitù, applicando le disposizioni dei colonizzatori italiani, che per primi avevano abolito la schiavitù nei loro possedimenti. Tutte le altre nazioni erano inglesi, francesi, portoghesi o belghe. La prima nazione a essere dichiarata indipendente fu la Libia, nostra colonia, nel 1951. Fu una specia di vae victis nei nostri confronti, perché l’ondata indipendentista non era ancora arrivata. A questa ondata contribuirono diversi fattori: in primis la citata ventata di libertà per tutti i popoli di cui si diceva prima, e in secondo luogo la sistematica e violenta campagna del comunismo internazionale per l’indipendenza, portata avanti non tanto per spirito umanitario, quando per odio verso il mondo capitalistico ma soprattutto per poter prendere il controllo delle neo nazioni e delle loro risorse, cosa che in effetti avvenne in molti casi. I comunisti, guidati dall’Unione Sovietica e da Cuba, iniziarono a fornire ai nazionalisti africani di qualsiasi colore soldi, mezzi, armi e istruttori per la lotta ai colonialisti, mascherando il loro imperialismo con rivendicazioni di carattere indipendentista, rinforzando queste campagne con iniziative mediatiche mondiali tese a dimostrare che il colonialismo era una cosa cattiva e che i popoli africani dovevano essere liberi.  La manovra ebbe successo, e nel giro di pochi anni quasi tutti i Paesi conquistarono la loro indipendenza: iniziarono Egitto, Marocco, Tunisia, Madagascar, Guinea, Sudan, Ghana, tutti indipendenti entro il 1960, quando ci fu l’exploit di indipendenze, soprattutto negli Stati francofoni, che non si affrancarono però dal Franco Cfa, tornato di moda in questi giorni. In un baleno Senegal, Mauritania, Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso (che allora si chiamava Alto Volta), Niger, Ciad, Nigeria, Camerun, Somalia, Togo, Benin, Centrafrica, Gabon, i due Congo (quello francese e quello belga), Tanzania ebbero la loro bandiera e l’inno nazionale, seguiti in pochissimi anni anche da Algeria, Uganda, Ruanda, Burundi, Malawi, Zambia, Botswana, Gambia, Swaziland, Lesotho, Guinea equatoriale, Maurizio. A fine 1968 erano tutti indipendenti. La storia ci racconta che non tutte le transizioni furono incruente, ma il peggio doveva ancora venire. Per le colonie portoghesi, Angola, Mozambico e Capo eVerde, si dovrà attendere il 1975, e lì ancora vivi sono i ricordi della guerra civile che le fazioni marxiste portarono ai portoghesi, armate come si è detto da Urss e Cuba, e in qualche caso anche dalla Cina. Negli anni successivi anche le ultime nazioni rimaste divennero indipendenti. 

Ma dopo l’indipendenza, che successe in quasi tutte queste nazioni liberatesi dall’oppressore? In alcune, nulla. In molte altre, come l’Algeria o anche l’Etiopia e il Sudan, seguì una guerriglia che durò molti anni, in Congo ci fu dittatura e guerra civile, in due, Ruanda e Burundi, ci fu addirittura un genocidio, una guerra atroce e sanguinosa che vide contrapposte due etnie, tutsi e hutu, che fino a quel momento avevano convissuto pacificamente. In Nigeria ci fu un altro tentativo di genocidio, quello del Biafra, insieme a colpi di Stato e guerra civile. In moltissime nazioni africane ci furono dittature, le libertà costituzionali vennero soppresse, le risorse economiche vennero svendute alle multinazionali straniere in cambio di royalties che si intascavano i dittatori come Mobutu e gli amici degli amici del dittatore di turno. Di Liberia e della vicina Sierra Leone abbiamo già detto, povertà guerre intestine, malattie, mali che afflissero anche altre nazioni come il Burkina Faso. Il Ghana sembrava più tranquillo, ma i giornali occidentali non riportavano tutte le volte che c’era un colpo di Stato o tentativi, circa 20. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ma il minimo comun denominatore delle nazioni indipendenti sono stati essenzialmente: un radicarsi dello jihadismo, il diffondersi di gravi malattie come l’Aids, che gli eserciti di volontari finanziati dall’Occidente non riescono a tenere sotto controllo mentre le autorità coloniali lo facevano, un aumento della povertà e dell’urbanizzazione, con conseguente perdita dello spirito identitario dei popoli, l’insorgere della corruzione a tutti i livelli amministrativi, dal capo dello Stato al custode, l’aumento della conflittualità tra etnie e bande armate. Tutti questi parametri sono schizzati all’insù dopo l’indipendenza che, ripetiamo ancora una volta, non ha migliorato il tenore di vita degli abitanti, anzi, in molti casi, lo ha addirittura peggiorato. E oggi dove non c’è guerra c’è fame, disordine, malattie e sistemi liberticidi; niente di strano che gli abitanti cerchino il pane e la pace altrove. Anche se per tentare di farlo sono costretti a indebitarsi per la vita con le potenti mafie africane, finendo poi per delinquere nei Paesi che volenti o nolenti li ospitano.

Chi avrà voglia e tempo di farlo, potrà confrontare lo stile di vita di quelle nazioni qualche decennio fa rispetto a quello di oggi, ma quello che è certo è che così non può continuare: la ricchissima Africa oggi è un continente perduto, una terra senza legge, dove l’unica forma di potere sono le armi. Siamo ancora in tempo a fermare il processo degenerativo? Forse sì, il problema è che per farlo si dovrebbe ricorrere proprio alle organizzazioni che questa decolonizzazione affrettata vollero a tutti  i costi, a cominciare dalle Nazioni Unite, che poi nei conflitti africani negli anni successivi intervenne più volte a gamba tesa prendendo parte per na fazione anziché per gli africani. Delle organizzazioni caritatevoli meglio non parlare, vista la loro inefficienza e peggio: in tanti decenni di conclamato “volontariato” sul territorio, l’Africa sta peggio di prima, nonostante le foto degli ospedali da campo e dei bambini felici che giocano a pallone. Qui sono gli Stati che devono intervenire, attraverso uno o più protettorati che guidino gli africani a fare affidamento su loro stessi e insegnino loro da capo le regole basilari dell’amministrazione, dell’industria, dell’agricoltura, della democrazia, della giustizia sociale, della libertà e così via. Ne saremo capaci? Basta cominciare.

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