«Io, stuprata in un centro sociale». Ragazzina denuncia l’orrore contro le donne nei covi di estrema sinistra

giovedì 28 febbraio 14:14 - di Monica Pucci

Stuprata all’interno di un centro sociale, poi intimidita al punto da non denunciare, se non in forma anonima, quanto accaduto su un blog ripreso dal quotidiano on line Stylo24,  che ha ricostruito la storia di violenza e sopraffazione consumatasi a Napoli. Le iniziale della ragazza sono S.L., il suo racconto dettagliato: «Sono arrivato a Napoli quando avevo 20 anni. Non avevo mai fatto militanza. Per caso, la settimana del mio arrivo, mi sono trovata in uno spazio occupato e lì ho conosciuto persone che sembravano interessanti, tra cui un uomo, uno dei compagni di riferimento della sua struttura…». Il “compagno” era uno dei leader dei più importanti centri sociali di Napoli. «Un ambiente orrendo in cui molti uomini (di nuovo, mi rifiuto di chiamarli compagni) erano violenti con compagne – racconta la ragazza – al punto che alcune (anni prima del mio arrivo, che io sappia) erano finite all’ospedale. Un centro sociale era odiato da tutti gli altri della città». La lettera sul blog continua con il racconto della presa di coscienza della ragazzina sul carattere del suo uomo, i due si lasciano ma lui non vuole, è geloso, la minaccia, minaccia il suicidio, la prende a botte. «La sua violenza era soprattutto psicologica, anche se qualche volta mi ha spinta al punto di farmi volare dall’altro lato della stanza». Fino a quando lui, l’ex, la fa stuprare da un suo amico, con lui presente: «Stavo nel letto ma non addormentata. Lui stava di là con una persona che conosciamo tutti i due, a parlare: sapevo bene che una delle sue perversioni era quella di farmi scopare con questa persona, che a me non attrae per niente. Li sento entrare nella stanza e mettersi nel letto. Faccio finta di dormire e sento lui che invita l’amico a toccarmi. L’altro esita perché sto dormendo, ma lui lo rassicurasul fatto che io voglio tanto scopare…». Ed eccolo stupro consumato. «Tutto ciò succedeva in un contesto di militanza: tutti i nostri amici erano del collettivo…».
Dettagli a parte, la lettera della ragazza si conclude con un appello ai compagni: «Io ce l’ho con tutto il movimento della mia città. Io ce l’ho con tutti i “compagni” che hanno guardato e sono stati zitti. Io ce l’ho con tutte le compagne che non si sono interessate al mio disagio. Alla fine, si sono accontentate di cacciarlo dallo spazio e dal collettivo per l’ennesima molestia: non è abbastanza. Nessuno ha detto niente…  Meglio che uno sappia con che cosa potrebbe avere a che fare prima di entrare in un collettivo piuttosto che no. E se la rivoluzione fallirà, sarà colpa vostra, non mia. Finché il movimento non ammette l’esistenza di persone profondamente sessiste e non solo, non potrà mai andare avanti. Però ci vuole coraggio per guardarsi nello specchio. Abbiate coraggio», conclude la ragazzina.

Un analogo episodio era accaduto, prima dell’estate, a Parma, quando una ragazza aveva denunciato lo stupro subito nella sede della Rete antifascista di Parma nel giorno dell’anniversario della cacciata di Italo Balbo dallo storico quartiere Oltretorrente. Gli autori dello stupro furono condannati a 4 anni e otto mesi i primi due e a 4 anni il terzo.

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