Il primo a discriminare Cécile Kyenge è il marito. Ma perché non lo lascia?

martedì 5 febbraio 14:06 - di Valeria Gelsi

Se pensate che la vostra vita coniugale sia difficile, bé, consolatevi: Cécile Kyenge sta peggio di voi. E, a dire il vero, non si capisce bene perché resti ancora sposata, considerato che ogni tot il marito, Domenico Grispino, gliene rifila una che neanche Donna Veronica ai tempi del «ciarpame». L’ultima è che il consorte dell’ex ministro per l’Integrazione, della paladina dell’immigrazionismo a tutti i costi, della fautrice dell’Afroitalian power si vuole candidare con la Lega. Con-la-Lega. E non vale neanche la pena stare lì a ricordare cosa dissero, alcuni della Lega, all’indirizzo della moglie. Un altro l’avrebbe risolta alla vecchia maniera: ti vengo a prendere sotto casa e vediamo se ti viene ancora in mente di dire “orango” a mia moglie.

A casa Kyenge si optò per una più civile causa per diffamazione, ma – insomma – un altro se la sarebbe comunque legata al dito vita natural durante. Il buon Domenico no, lui tempo dopo – e per la precisione alle ultime politiche – dichiarò di aver votato proprio per la Lega. E già qua, diciamolo, qualche motivo per metterlo alla porta c’era. Ma Cécile se lo tenne in casa lo stesso. Del resto, se sei cresciuta con 39 fratelli, che tuo padre ha avuto da quattro donne diverse, devi aver sviluppato una capacità di sopportazione fuori dal comune.

Non parliamo poi di quando, mentre lei gridava all’odio razziale per una cacca di cane spalmata sul loro cancello, lui se ne uscì rassicurando tutti sul fatto che era stata solo una lite tra vicini. Poveretto, magari voleva solo placare gli animi che le accuse della moglie avevano un tantino surriscaldato. Ma come segnale sulla solidarietà di coppia, ecco, pure quella storia qualche riflessione avrebbe dovuta suscitarla. E, invece, niente: pure in quell’occasione Cécile passò oltre, facendo salvo il matrimonio. Ora arriva questa candidatura, che sa di tradimento conclamato e che è stata annunciata da Grispino spiegando che «io penso per me, ognuno pensa per sé, con mia moglie non parlo mai di queste cose» e aggiungendo che «sono a favore dello slogan “aiutiamoli a casa loro”». Ecco, Cécile, è arrivato il momento di farti un po’ leghista pure tu: aiutalo a casa sua. Un bel decreto di espulsione e via. A occhio e croce potresti pure avere un certo ritorno elettorale: finalmente ci sarà un riscontro pratico della tua battaglia per gli immigrati maltrattati.

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