Foibe, Rampelli: «La lotta contro l’oblio non è finita. C’è chi fa ancora resistenza»

sabato 9 febbraio 10:42 - di Sabrina Fantauzzi
Rampelli

Il 10 febbraio racconta l’esodo di 300mila italiani istriani fiumani e giuliano dalmati, insieme alla tragedia di migliaia di connazionali infoibati. Per chi ha militato a destra, la Giornata del Ricordo racconta anche di una battaglia durata oltre settant’anni e non ancora conclusasi. Che cosa rappresenti ce lo racconta Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera dei deputati, cofondatore di Fratelli d’Italia e padre di quella che fu, ai tempi di Storace governatore del Lazio, la prima grande svolta al livello nazionale.

Il 10 febbraio, è una storia italiana o una storia di un partito?
Direi entrambe. È principalmente una battaglia di verità contro decenni di oblio. Una verità  lentamente riaffiorata grazie alla destra italiana che ha combattuto contro la rimozione di questo pezzo di storia, difeso l’italianità dei sopravvissuti e commemorato le vittime parlando senza eufemismi dei carnefici:  comunisti titini e partigiani italiani che, accecati dall’odio, si sono resi complici di un eccidio mostruoso, una vera pulizia etnica. E a dire il vero, qualcuno ancora ci prova, come nel penoso caso dell’Anpi di Rovigo….

Quando iniziò il cambiamento?
Nel 2000 Francesco Storace divenne presidente della Regione Lazio. Con quella vittoria, portammo tutti i “nostri” temi al centro dell’attività  politico-amministrativa. Tra questi argomenti appunto la vicenda del confine orientale, le foibe e l’esodo, la damnatio memoriae.

Qual era il clima in Italia?
Le dico solo che il più grande linguista italiano Tullio De Mauro definiva le foibe “doline carsiche”. La storiografia era tutta improntata sul consueto  canovaccio: l’utilizzo del metodo marxista, senza quel pluralismo necessario per avere una visione completa dei fatti accaduti.

Il momento di svolta?
Novembre 2000. Presentai una mozione sui libri di testo nella quale l’aula chiedeva alla giunta di istituire una commissione di esperti- storici, intellettuali ed editori- per favorire il pluralismo storico nei libri di testo in uso nelle scuole. Questa battaglia proveniva da una campagna fatta da una giovanissima Giorgia Meloni allora leader di  Azione Studentesca. La mozione venne approvata all’unanimità.

Cioè anche il Pds votò a favore?
Sì, nessuno ebbe niente da dire. Forse non l’avevano letta, forse l’avevano sottovalutata. Ma nulla lasciava presagire quello che accadde. Dal giorno dopo eravamo sulle testate di tutto il mondo, accusati di voler restaurare il Miniculpop. Si scatenò un confronto aspro tra storici, intellettuali, società civile, tra chi condannava la mozione e chi ammetteva l’esistenza di un pensiero unico perverso che alterava la verità storica.

Poi cosa accadde?
All’inizio del  2003, dando seguito a quella mozione, Storace presentò prima una proposta legislativa per istituire una giornata di celebrazione dei valori nazionali e poi una delibera di giunta che scelse come giorno il 10 febbraio, data nella quale nel 1947 fu firmato il trattato di Parigi con cui l’Italia cedeva alla Jugoslavia le terre italiane del confine orientale.
Da quel momento cominciò la pulizia etnica nei confronti dei nostri connazionali.

La Regione Lazio di fatto come apripista alla legge nazionale, quindi?
Sì, perché Storace inviò i provvedimenti in questione al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il quale ne fu entusiasta.  “La tragedia delle foibe – disse in un messaggio a Storace – fa parte della memoria di tutti gli italiani” e quegli avvenimenti vanno ricordati, suggerì, con dolore e rispetto. A quel punto, Alleanza nazionale che in Parlamento aveva presentato una proposta di legge per l’istituzione della Giornata del Ricordo centrò la sua missione. La legge fu calendarizzata e approvata.

Oggi la tv ne parla?
Sì, anche se non è mai abbastanza. Da questo punto di vista un importante lavoro è stato fatto in Rai: qualche anno fa fu trasmesso il Cuore nel Pozzo, che nonostante l’impostazione edulcorata dalla storia d’amore tra i due protagonisti, ha comunque squarciato il velo dell’omertà. E oggi con Red Land (Rosso Istria), la storia di Norma Cossetto, la giovane studentessa istriana stuprata e infoibata dai partigiani comunisti jugoslavi all’età di 23 anni.

Prossima tappa?
Coinvolgere presidi e insegnanti che oppongono resistenza e vietano iniziative di celebrazione per il 10 febbraio e poi revocare l’alta onorificenza concessa a Tito, maresciallo sanguinario cui va attribuita la responsabilità della pulizia etnica a danno degli italianizzato.

Commenti

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  • Carlo Marcucci 9 febbraio 2019

    Comunisti slavi e italiani assassini.Bestie immonde.Verrà il tempo per regolare i conti verra………

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