Ecco perché i pastori sardi hanno ragione: la loro rabbia nasce dalle iniquità europee

giovedì 14 febbraio 20:10 - di Andrea MIgliavacca

Ai molti italiani, non solo politici, colti da amnesia selettiva, per i quali la protesta dei pastori sardi si sia tradotta in uno spreco (con tutto quel latte versato), o peggio, un problema di questi giorni, da confinare nell’isola, è opportuno ricordare, invece, che ha origini lontane e la matrice non è locale, nè italiana, ma europea. Seppure è vero che il prezzo di un bene sia determinato dalla domanda – che nel caso di specie pare essere calata, determinando la caduta dei prezzi di vendita della materia prima (il latte) – è altrettanto vero che questa protesta rappresenta la coda di un fenomeno remoto e purtroppo ancora irrisolto.

Una sentenza contro l’Italia

La rivolta del latte si manifesta a distanza di un anno dalla pubblicazione della sentenza della Corte di Giustizia con cui l’Italia, convenuta dalla Commissione europea, è stata condannata a pagare per le violazioni delle norme comunitarie finalizzate, tra l’altro (regolamento n. 3950/92), a ridurre sia lo squilibrio tra offerta e domanda di latte e prodotti lattiero-caseari (…) e per il conseguimento di un migliore equilibrio del mercato; latte vaccino, beninteso. Perché questo equilibrio venga mantenuto – altra disposizione comunitaria (regolamento n. 1234/2007) – è stato concepito un meccanismo dissuasivo interno da applicare ogniqualvolta venga superata la quota nazionale e tale da indurre lo Stato membro a ripartire l’onere del pagamento tra quei produttori che hanno contribuito al superamento, con una sanzione proporzionata all’eccesso di produzione. Non essendosi l’Italia adeguata a tale automatismo, ha subito dapprima una procedura di infrazione e poi convenuta dinnanzi la Corte di Giustizia. Il risultato, noto a tutti, è stato quello per cui l’Italia è stata condannata, per la violazione delle disposizioni comunitarie, per non aver riscosso – si stima – circa 1,3 milioni di euro.  Aggrapparsi al campanilismo, sezionare l’Italia, per accentuare i contrasti, tra le varie regioni, pare non avere molto senso, se non nella miope prospettiva di unaspeculazione elettorale, atteso che il dissenso manifestato contro le richiamate costrizioni europee ha avuto una precisa connotazione politica. Non c’è il nord contro il sud, come non c’è una parte della penisola (magari settentrionale, ove si sono maggiormente consumate le ridette violazioni), contro la Sardegna, nè viceversa.Coraggio vecchio leone,

Inique restrizioni

Il problema, con buona approssimazione, affonda le radici nella famosa imposizione europea, che per anni ha condizionato la produzione domestica del latte (e non solo), imponendo, con un gelido algoritmo, le note restrizioni nella produzione, con le cosiddette quote. Misura – quella europea – apparentemente solidale, ma concretamente iniqua e per questo aspramente contrastata, a metà degli anni novanta. Le conseguenze di quella misura si percepiscono ancora oggi (sebbene siano state abolite nel 2015), con le sanzioni, ancora da versare, aggravando lacrescente crisi del mercato.  L’allungamento della filiera produttiva ed il trasporto degli alimenti sono due dei tanti fattori che indiscutibilmente hanno condotto a questa situazione; fenomeni che si scontrano con i principi di logica, proclamati anche dalle misure sovranazionali, di contenimento dell’inquinamento e/o del rispetto dell’economia a chilometro zero: quella che dovrebbe favorire la produzione locale, più genuina e controllabile rispetto a quella globalizzata.Non è concepibile – considerati gli sforzi (in senso lato) affrontati dagli agricoltori – che un litro di latte abbia un costo inferiore ad un litro d’acqua e seppure estrema sia stata la reazione degli allevatori sardi, comunque è giustificabile. La sovrapproduzione sarebbe andata comunque distrutta, a causa del calo della domanda e la rappresentazione scenografica della protesta ha dato, almeno in termini di eco, i risultati sperati. 

Commenti

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  • avv. alessandro ballicu 15 febbraio 2019

    certo il latte romeno costa meno perchè la loro moneta lo rende competitivo,
    tutta la politica europea favorisce la francia e rovina l’italia,
    la maggioranza degli italiani infatti vuole uscire – giustamente – dalla ue,
    non capisco cosa aspettino la meloni e salvini ad introdurre nei loro programmi l’uscita senza condizioni dalla ue,
    disse mussolini:
    “non bisogna aver paura di aver coraggio”.
    w l’italia libera e prospera fuori dalla dittattura plutocratica della ue