Perché l’Italia non chiese mai l’estradizione di Lojacono, che uccise il missino Mantakas?

venerdì 18 gennaio 19:29 - di antonio pannullo

“Tengo a precisare che l’Italia non ha mai chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), dichiara Alvaro Lojacono a Ticinonline. Per i missini il nome di Alvaro Lojacono è collegato a quel 28 febbraio 1975, quando, insieme con Fabrizio Panzieri di Potere Operaio, sparò e uccise lo studente greco Mikis Mantakas, esponente del Fuan a via Ottaviano, dopo un assalto armato alla sezione del Msi Prati, lasciata incustodita dalle forze dell’ordine. Lojacono non pagò mai per la sua colpa. Oggi accetterebbe di scontare l’ergastolo in Svizzera l’ex Br, che è uno dei condannati per l’agguato di via Fani, che, oramai cittadino svizzero, dopo quasi vent’anni di silenzio e il recente arresto dell’ex Pac Cesare Battisti, fa la clamorosa rivelazione in un’intervista a Ticinoonline/20 minuti. Se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia di non procedere più per gli stessi fatti, spiega Lojacono, “io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda”, dichiara provocatoriamente, ben sapendo che ciò non avverrà mai. In pratica, l’ex terrorista accetterebbe di scontare nel Paese elvetico l’ergastolo inflittogli da un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane. Sparge anche dubbi l’ex terrorista rosso: “Forse l’Italia non ha voluto che uno Stato straniero mettesse il naso nel processo Moro”, insinua surrettiziamente. Si spiega così Lojacono il motivo per cui le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi, in caso di rifiuto, il processo in via sostitutiva. Si tratta di un’ipotesi, spiega a Ticino online con la quale rompe un silenzio quasi ventennale, ma “sarebbe comprensibile”. In ogni caso, “qualunque sia la ragione non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale”, aggiunge. Lojacono, dopo esser passato indisturbato per vari Paesi (nord-Africa e sud America), ha acquisito la cittadinanza elvetica (con il nome di Alvaro Baragiola). Lojacono è  figlio dell’economista e esponente romano del Pci Giuseppe Lojacono.

La mattina che Panzieri e Lojacono ammazzarono Mantakas

Ripercorriamo brevemente la vicenda Mantakas: l’ultima settimana di quel febbraio 1975 si stavano tenendo al vicino tribunale di piazzale Clodio le udienze del processo Primavalle, quello in cui si giudicavano gli assassini dei fratelli Mattei, Stefano e Virgilio, bruciati vivi nella notte nella loro casa dagli attivisti di Potere Operaio Lollo, Clavo e Grillo (e forse altri). Gli estremisti di sinistra avevano deciso che i “fascisti” non avrebbero neanche potuto assistere al processo, e si mobilitarono in maniera massiccia, militare, per dar vita a scontri. Scontri che iniziarono il 24 febbraio mattina e andarono avanti sino a quel 28, quando missini e gruppettari si videro davanti al tribunale alle sei del mattino. La notte prima un commando di Lotta Continua aveva assaltato la “palestra” del missino Angelino Rossi a volto coperto e con bombe incendiarie: ma ci fu un’altra vittima in quei giorni, un commissario di polizia che fu stroncato da un infarto mentre era lì in servizio, e che nessuno ricorda mai, Pietro Scrofana. Gli estremisti di sinistra erano pesantemente armati: pistole e bombe molotov a decine. E le usarono. Un dirigente del Fronte della Gioventù fu bersagliato da colpi di pistola, ma ebbe fortuna. Dopo alcune scaramucce dentro e fuori il tribunale, nel corso delle quali fu anche identificato Alvaro Lojacono (per uno scontro con un attivista missino del Prenestino), che successivamente sparò davanti la sezione di via Ottaviano 9. Secondo un disegno che a posteriori appare chiaro, alcune centinaia di comunisti ingaggiarono violenti scontri con la polizia, per permettere a un centinaio di loro, armati, di dirigersi verso la sede del Msi di via Ottaviano, presidiata da una trentina di attivisti, quasi tutti molto giovani. A quanto ricordano i testimoni, quelli di Potere Operaio spararono molti colpi di pistola contro il gruppo dei missini, i quali entrarono e uscirono un paio di volte dal portone, e fu nella seconda occasione che Mantakas fu colpito alle testa. Un altro ragazzo, Fabio Rolli, fu ferito a un polmone, ma lì per lì nessuno si accorse di nulla. Ci fu poi il lancio di molotov e l’assalto vero e proprio, sempre pistole in pugno. A quel punto alcuni riuscirono a rifugiarsi dentro la sede, altri rimasero fuori. Per giunta, in quei momenti mancò (o fu staccata) la luce cosicché la porta elettrica della sezione non si poteva più aprire. Un ragazzo che era lì dentro ricorda che al buio si sentivano grida, odore di benzina, terrore di finire come i Mattei, tentativi di armarsi con gambe di sedie e effettuare una sortita. Frattanto il dramma si era compiuto. I gruppettari avevano attaccato il portone dello stabile per entrarvi, così l’esanime Mantakas, nel frattempo colpito anche da una molotov il cui fuoco fu spento con le mani dai presenti, fu trascinato nel box da Stefano Sabatini e da altri ragazzi, che poi chiuse la serranda. A un certo punto gli estremisti irruppero nel cortile e spararono diversi colpi di pistola contro il box attiguo, che era quello più vicino all’entrata. A quel punto il fumo, il rumore, gli spari avevano attirato l’attenzione delle forze dell’ordine, che peraltro non avevano neanche ritenuto di presidiare la sezione del Msi che era un obiettivo tutto sommato da considerare. Arrivò la polizia, con gran stridore di gomme, ma era troppo tardi: un’ambulanza dei vigili del fuoco portò Mantakas all’ospedale ma poche ore dopo, durante o subito dopo l’operazione alla testa, Mikis morì. Poco dopo fu arrestato Fabrizio Panzieri di Potop, mentre usciva con aria indifferente da un portone poco distante. Testimonianze di giovani missini poi individuarono in Lojacono quello che aveva sparato. Mantakas si era trasferito a Roma perché all’università di Bologna era stato aggredito dagli estremisti di sinistra davanti a biologia, che lo mandarono all’ospedale per quaranta giorni. Ai funerali nella chiesa di Santa Chiara, in piazza della Minerva a Roma, c’erano migliaia di persone, e quasi tutte giovani. Persino in quell’occasione gli estremisti, usciti dalla sede del Pdup, tirarono una bomba molotov contro l’automobile guidata dall’allora segretario provinciale del FdG Teodoro Buontempo, che riuscì a fuggire. Nel marzo del 1977 ci fu la condanna a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso morale in omicidio per Panzieri. Assoluzione, invece, per insufficienza di prove, per Lojacono. Il processo di secondo grado, nel 1980, si concluse con la condanna a sedici anni di reclusione per entrambi. Ma un ricorso in Cassazione bloccò l’esecutività della sentenza per Lojacono che rimase in libertà per poi fuggire in Algeria, e poi in Svizzera assumendo il cognome della madre. Lojacono nel 1978 era nel commando delle Brigate Rosse che rapì Aldo Moro e uccise la sua scorta. Nel 1983, fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Tartaglione. Nel 1999 divenne un uomo libero. Fabrizio Panzieri, approfittando di una scarcerazione, si dette alla latitanza. Nel 1982 fu condannato a ventuno anni di reclusione. Ancora oggi risulta latitante. Forse è in Nicaragua, dove c’è anche Grillo, quello del rogo di Primavalle.

Commenti

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  • Rodolfo Ballardini 19 gennaio 2019

    Da una repubblica comuista cosa ci si puà aspettare se non la protezione dei loro killer.

  • ADRIANO AGOSTINI 19 gennaio 2019

    La risposta è nel titolo: perché era missino.

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