Migranti sulla “Diciotti”, gli audio scagionano Salvini: «Fu Malta ad agire da irresponsabile»

sabato 5 gennaio 13:49 - di Lucio Meo

Al momento del salvataggio dei 190 migranti sulla Nave Diciotti, lo scorso 15 agosto, al momento in cui “la nave ha ormeggiato nel porto di Catania”, lo scorso 20 agosto, viene esclusa “l’astratta ipotizzabilità del sequestro di persona” a carico del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Non solo. Esclusa anche “l’esistenza di qualsiasi altra possibile condotta criminosa anche solo iniziata, in quel lasso di tempo, dal ministro o da altri organi della Pubblica amministrazione”. Ecco, per la prima volta nero su bianco, secondo gli atti del tribunale dei ministri in possesso dell’Adnkronos, quanto scritto dal Tribunale dei ministri di Palermo nel provvedimento inviato a ottobre ai colleghi del Tribunale dei ministri di Catania per “incompetenza territoriale”. Nei prossimi giorni scadrà il termine per i giudici catanesi, che entro metà mese dovranno decidere se procedere contro il vicepremier leghista o archiviare il procedimento.

Dal provvedimento del Tribunale dei ministri, Presidente estensore Fabio Pilato emerge il duro botta e risposta tra l’Italia e Malta per il soccorso dei migranti, tra cui molte donne e numerosi bambini. “Qui è guerra con Malta!”, si lascia scappare, in uno degli interminabili scambi audio e whatsapp, un uomo della Guardia costiera. Una frase finita anche nel provvedimento, di cui l’Adnkronos è in possesso. Nelle sessanta pagine, il Presidente del Tribunale dei ministri, Fabio Pilato, fa una lunga disamina giuridica dell’episodio che la scorsa estate aveva creato numerose polemiche politiche.

L’inchiesta era stata avviata dal Procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio che aveva indagato il vicepremier e leader della Lega per sequestro aggravato di persona, sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale per non aver fatto scendere subito i migranti a bordo della nave Diciotti. Poi gli ultimi tre reati erano decaduti e restava solo il sequestro aggravato di persona. Gli atti erano così stati mandati alla procura di Palermo che li aveva girati, per il giudizio definitivo, al tribunale dei ministri presieduto da Fabio Pilato. Ma prima dei 90 giorni previsti, il Tribunale dei Ministri, a sopresa, si è ‘spogliato’ del fascicolo inviandolo ai colleghi di Catania. Così la palla era passata da Palermo a Catania. Dove il Tribunale dei ministri sta ancora lavorando sul fascicolo.

«Incredibile, continua l’inchiesta su di me: sarei un sequestratore per aver fermato in mare una nave carica di immigrati. Ora l’indagine, partita da Agrigento, passerà da Palermo a Catania… Ma chiudetela qui e lasciatemi lavorare!», aveva sbottato Salvini. Ma cosa avevano scritto i giudici del Tribunale dei ministri di Palermo nel provvedimento inviato a Catania e di cui, finora, erano emersi solo alcuni stralci? «Secondo la ricostruzione del fatto è inconfutabile – scrivono i giudici palermitani nel documento rintracciato dall’Adnkronos – che le unità navali italiane hanno compiuto una attività di soccorso e salvataggio in sostituzione delle autorità maltesi, sulle quali gravava il dovere primario di intervenire, non soltanto nella formale qualità di titolare del coordinamento assunta il giorno prima, ma soprattutto perché la fase di allarme di pericolo si è verificata ed è stata dichiarata nell’area Sar di sua pertinenza».

I giudici non risparmiano dure critiche alle autorità maltesi. «Dalle prove acquisite – dice il Tribunale dei ministri di Palermo – risulta chiaro che il comportamento illecito e gravemente irresponsabile dell’autorità maltese non è dipeso da motivi tecnici o da impossibilità oggettive di operare, ma dall’intenzionale proposito di spingere forzosamente il barcone nelle acque italiane per scaricare sullo Stato italiano la responsabilità primaria dell’evento”. “Può quindi affermarsi in tale contesto di plurime violazioni delle convenzioni internazionali che soltanto la tempestività e la professionalità delle autorità marittime italiane hanno consentito di scongiurare un disastro umano che avrebbe portato al naufragio certo di 190 persone».

Nel provvedimento vengono, quindi, inseriti messaggi whatsapp scambiati tra il capo di gabinetto del ministro dell’Interno e l’ammiraglio della Guardia costiera fin dalla mattina del 16 agosto. “La diatriba si è prolungata anche nella giornata del 17 agosto – scrive il Tribunale dei ministri – con scambio di email tra le due autorità marittime contrapposte, finché in serata il Ministero delle Infrastrutture ha inviato due diverse richieste di Pos (Place of safety): richiesta di Pos italiano, e richiesta di Pos maltese, per l’ennesima volta diffidata all’adempimento dei propri doveri”. Tra il 18 e il 19 agosto si è verificato uno “stallo procedurale” “avendo i vertici della Guardia costiera ritenuto di dovere concedere a Malta un ultimo spatium deliberandi per la definizione della vicenda”, dice il tribunale dei ministri. L’attesa di risposta da parte della Valletta “si è prolungata e in quel lasso di tempo si è dato l’ordine di spostare la nave in direzione Pozzallo, in attesa di risposta maltese”. Ipotesi accantonata il 20 agosto quando “visto il persistente silenzio di Rcc Malta – scrivono i giudici – si è deciso di fare ormeggiare la nave a Catania con il concerto del ministro Toninelli”.

Ma l’arrivo della nave Diciotti presso il porto di Catania ha segnato “l’inizio di una ulteriore fase, in quanto è stato impartito l’ordine al comandante Kothmeier di non ‘calare la passerella’ e lo scalandrone ed è stato predisposto un servizio di sicurezza e di vigilanza per impedire lo sbarco”. Solo il 25 agosto è arrivato l’ok per lo sbarco dei migranti secondo l’accordo raggiunto con Albania e Irlanda. Poi, tornando sull’ipotesi di reato a carico del ministro Salvini, i giudici esaminando la questione da una serie di angolazioni giuridiche, hanno affermato che “nella successione degli eventi intercorsi tra il 15 e il 19 agosto non risulta che sia stata posta in essere alcuna condotta, atto o manifestazione di volontà, o qualsivoglia forma di intervento diretto o indiretto posto in essere dal ministro Salvini idoneo a determinare o condizionare le scelte delle autorità marittime”.

“Tantomeno è emersa l’esistenza di una sua condotta materiale finalizzata a una privazione della libertà personale, commessa nell’esercizio di una funzione amministrativa ovvero come un mero comportamento sine titulo”. “L’unico dato che emerge – come sottolinea il Tribunale dei ministri di Palermo – è costituito dal fatto che, venuto a conoscenza dell’evento, in occasione del Comitato per la sicurezza del 14 agosto 2018, quando ancora il barcone si trovava in acque libiche e l’ipotesi che pervenisse in Italia si presentava ancora mera possibilità, il ministro ha chiesto di essere semplicemente informato della vicenda”.E ricorda che il capo di gabinetto del Viminale, il prefetto Matteo Piantedosi, anche lui in un primo momento indagato per sequestro di persona, “rispondesse in piena autonomia ai suoi interlocutori senza previa consultazione del ministro Salvini e senza mai fare riferimento a un ordine o una direttiva ricevuta o alla necessità di consultarsi con lui prima di rispondere”. “Appare quindi evidente che l’atteggiamento del Ministero dell’Interno fosse legittimato dall’attesa della risoluzione della questione preliminare sulla individuazione dello stato di primaria responsabilità oggetto di contrasto tra le autorità marittime dei due Stati”.

E ribadisce che “sotto l’aspetto squisitamente penalistico” per il periodo che va dal “15 agosto al 20 agosto non vi siano elementi per configurare il sequestro di persona”. “E’ noto infatti che il delitto di sequestro di persona si realizza dal punto di vista oggettivo allorché si privi taluno della propria libertà per un lasso di tempo apprezzabile e, sotto il profilo psicologico, quando vi sia la consapevolezza di infliggere alla vittima una illegittima privazione della libertà personale”. Ma nel caso del ministro Salvini la “situazione non ricorre per il periodo in esame” in quanto “i migranti non hanno subito alcuna restrizione della libertà personale”. Inoltre, il ministro “non è intervenuto esercitando una qualche forma di coazione diretta o indiretta”. “Né d’altra parte i migranti hanno avuto la benché minima percezione di una limitazione della libertà di locomozione, avendo accusato, al pari dell’equipaggio della nave Diciotti, solo una comprensibile stanchezza connessa alla lunga navigazione e alla situazione di stallo amministrativo”.

Dunque, dal 15 al 20 agosto, “i poteri autoritativi della Pubblica amministrazione risultano essere stati esercitati conformemente alle procedure e senza alcuna commissione di reato”. Il tribunale dei ministri di Palermo ha inviato gli atti ai colleghi di Catania per “incompetenza territoriale” che si è determinata “nel momento in cui, in data 19 agosto la nave si è indirizzata verso Pozzallo e, dopo avere navigato in acque internazionali, è entrata nel porto di Catania”. Nel provvedimento, lungo oltre 60 pagine, il Tribunale dei ministri, fa una lunga disamina giuridica della vicenda ricordando, quanto accaduto dal 15 al 20 agosto 2018. E ricorda anche alcune testimonianze di migranti che si trovavano a bordo della nave.

Numerose le testimonianze dei migranti a bordo. Drammatica uno dei racconti, fatto da un giovane eritreo. «I maltesi hanno espressamente detto che non ci avrebbero condotto a Malta. I maltesi hanno inoltre aggiunto che noi avevamo sbagliato posto dove andare e che ci avrebbero fatto vedere la direzione in cui procedere per andare in Italia. In quel frangente il mare era agitato e noi tutti eravamo spaventati. Eravamo convinti che i maltesi ci avrebbero aiutato e soccorso, perché volevamo essere salvati. Invece si sono limitati a fornirci salvagente e viveri dicendo che non ci avrebbero portati a Malta e ci hanno indicato la direzione verso cui navigare per andare in Italia». E in quel momento c’erano a bordo persone malate. “Tutto questo è stato detto ai maltesi”, dice il testimone.

«Dinnanzi all’imbarazzante risposta maltese di attendere messaggi formali – scrive il Tribunale dei Ministri di Palermo – alle motovedette italiane non è rimasto altra scelta che effettuare il provvidenziale intervento e salvare i 190 migranti da un naufragio certo”. E adesso si attende l’ulteriore pronuncia del Tribunale dei ministri di Catania per stabilire se nel secondo periodo siano stati commessi reati o se i principi di diritto indicati dal Tribunale di Palermo conducano alla definitiva archiviazione.

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