La mazzata del Tribunale a Foodora: ai rider licenziati i diritti previsti dal contratto

sabato 12 gennaio 15:39 - di Sveva Ferri

Foodora prende tempo. E, dopo la sentenza della Corte d’Appello di Torino che ha riconosciuto di fatto a 5 ex rider alcuni diritti previsti dal contratto nazionale, spiega che «occorre attendere la pubblicazione delle motivazioni per comprendere come la Corte sia giunta a questa inedita conclusione». La sentenza, che ha ribaltato le decisioni del primo grado, potrebbe essere un primo passo per un cambiamento nei comportamenti dei colossi delle consegne a domicilio, che finora si sono giovati di un rapporto di lavoro con i rider pressoché libero da vincoli.

La decisione della Corte d’Appello di Torino

La sentenza della Corte, che è stata salutata con soddisfazione dai sindacati, ha parzialmente accolto le rivendicazioni di 5 ex lavoratori Foodora, che avevano perso il lavoro a seguito delle proteste scattate nell’autunno del 2016 per chiedere un miglioramento delle condizioni sia sotto l’aspetto economico, sia sotto quello normativo. Lo scorso aprile, in primo grado, il tribunale aveva respinto tutti i punti del ricorso dei lavoratori in bici, che chiedevano il riconoscimento di lavoro subordinato e denunciavano mancate tutele di sicurezza e violazione della privacy. La sentenza di Appello ha invece riconosciuto «il diritto degli appellanti a vedersi corrispondere quanto maturato in relazione all’attività lavorativa da loro effettivamente prestata in favore di Foodora sulla base della retribuzione diretta, indiretta e differita stabilita per i dipendenti del quinto livello del contratto collettivo logistica-trasporto merci, dedotto quanto percepito». Nella sostanza, alle somme che sono già state percepite dai lavoratori, bisognerà aggiungere la differenza fino ad arrivare alla retribuzione prevista dal contratto della logistica, prevedendo anche ferie, malattie e tredicesima.

La soddisfazione dei rider

«La sentenza di oggi sancisce la fine del fatto che persone che lavorano possono essere pagate niente o quasi. Il resto si vedrà», ha commentato Sergio Bonetto, uno dei legali dei ricorrenti. «Questa sentenza sta dicendo a queste finte nuove aziende, che di nuovo non hanno nulla, che non possono pagare una miseria i lavoratori che vanno invece retribuiti secondo quanto prevede il contratto collettivo. Sul resto delle questioni, privacy, sicurezza e licenziamenti, aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza per decidere se andare avanti oppure no», ha aggiunto un altro legale, Giulia Druetta, mentre uno dei ricorrenti ha fatto sapere che «siamo molto contenti: questa sentenza, al di là dell’aspetto giuridico, apre spazi di discussione su una questione che riguarda molti lavoratori. Noi siamo solo 5, ma ci abbiamo messo messo la faccia e il risultato è importante perché dietro di noi c’è un esercito di persone che lavora in condizioni inaccettabili».

 

 

 

 

 

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