I “buuuu” a Koulibaly: fu vero razzismo? È così dal “Maracanazo” del ’50…

mercoledì 9 gennaio 13:28 - di Marzio Della Casta

Mamma mia che autogol dire che il pallone non deve fermarsi per i buuuu urlati negli stadi contro i calciatori neri. Volevate la prova regina del razzismo di Salvini, la pistola fumante della sua irrefrenabile voluttà di dare addosso al diverso? Eccovela servita come un assist a porta vuota. Scherziamo, ovviamente. È vero semmai il contrario e cioè che sono gli insulti vomitati sul ministro a dare il segno della lampante imbecillità o della sconcertante superficialità dei suoi detrattori. Suvvia, sarebbe bastato ragionarci un po’ – roba di un minuto, massimo due – per accorgersi che la sortita di Salvini non c’entra una beata mazza con il razzismo, con l’intolleranza verso i diversi e con tutto il cocuzzaro dell’ormai inrancidita retorica buonista. Sarebbe bastato, ad esempio, riflettere sul fatto che gli interisti che fanno buuuu al nero Koulibaly sono gli stessi che fanno la ola quando segna il “loro” nero Keita, per rendersi conto che a  marcare la differenza sugli spalti non è il colore della pelle ma quello della maglietta.

Gli interisti insultano Koulibaly ed esultano per Keita

E che quel buuu non riecheggia l’Auschwitz della guerra, ma il Maracanà del 1950, dove gli uruguagi guidati da Ghiggia e Schiaffino strapparono il titolo mondiale al Brasile dopo aver innervosito i carioca al grido di dejame la pelota negro. Già, è un espediente vecchio come il calcio insolentire l’avversario per fargli saltare la brocca. Quel che codificano sbrigativamente come razzismo, è in realtà l’omaggio greve della curva all’antico principio in base al quale nel pallone la testa conta più dei piedi. Apposta si dice che il pubblico di casa è l’uomo in più della squadra. Diverso sarebbe se le tifoserie si opponessero all’ingaggio dei calciatori di colore o se insultassero quelli con addosso i colori della squadra del cuore. Allora sì che il calcio puzzerebbe di razzismo. E in quel caso meglio sarebbe darsi all’ippica: lì, almeno, bianchi o neri e persino a pois, i cavalli non li sfotte nessuno.

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