Buffon si racconta e difende gli ultrà: anche io ho preso manganellate dalla polizia…

martedì 8 gennaio 19:57 - di Redazione

“L’odio è un vento osceno, da qualunque parte spiri. Non solo in uno stadio. Perché ho il forte sospetto che il calcio, in tutto questo, reciti soltanto da pretesto”. Lo dice il portiere del Paris Saint Germain, Gigi Buffon, in merito agli scontri del 26 dicembre scorso a Milano, prima di Inter-Napoli costati la vita al tifoso Daniele Belardinelli. A pochi giorni dal quarantunesimo compleanno, Gigi Buffon si racconta in esclusiva a Vanity Fair, che gli dedica la copertina del numero in edicola da mercoledì 9 gennaio, aprendo le porte della sua casa di Parigi e spalancando quelle sul suo passato. A partire dalla militanza giovanile tra gli ultrà («Commando Ultrà Indian Tips, il nome del gruppo di tifosi che seguivano la Carrarese, ancora ce l’ho stampato sui miei guanti») e dalla frequentazione della curva («Incontravo gente di cui si parla tanto senza saperne nulla. Ragazzi normali. Sognatori. Idealisti. Alcune persone interessanti e qualche deficiente»). “È vero che una volta prese qualche manganellata dalla polizia?”, alla domanda Buffon risponde: “È una storia che risale a vent’anni fa. Dopo una partita diedi un passaggio a un tifoso del Parma. Al casello c’era un posto di blocco della polizia. Appena vide le luci blu, lui si dileguò. A confronto con loro rimasi solo io. Oggi, ovviamente, non commetterei più quelle leggerezze, ma riconosco ancora quel ragazzo capace di slanci di solidarietà nei confronti di un amico. Anche di un amico che sbaglia”.

L’errore da evitare: la droga e il doping

«Da ragazzo», racconta Buffon a Vanity Fair, «covavo una sensazione di onnipotenza e invincibilità. Mi sentivo indistruttibile, pensavo di poter eccedere, di fare quel che volevo… Mi tengo ben stretta la sana follia dei miei vent’anni… Ho fatto le mie cazzate, ne ho assaporato il gusto e in un certo senso sono contento di non essermene dimenticata neanche una». Per esempio, la volta in cui, proprio negli anni del Parma, rispose male al suo allenatore Nevio Scala: «Si girò verso di me e mi guardò come nessun altro ha mai più fatto. Era furibondo e aveva tutte le ragioni». Un errore di gioventù, uno grosso, ha saputo evitarlo: «Non drogarsi, non doparsi, non cercare altro fuori da te sono principi che i miei genitori mi hanno passato presto. A 17 anni, quando in discoteca mi mettono una pasticca sulle labbra, io so come e perché dire di no».

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