Amnistia per i terroristi: quando Pci e Dc non la vollero per tutelare il “silenzio” dei latitanti

mercoledì 16 gennaio 18:16 - di Massimiliano Mazzanti
Caro direttore,
È a dir poco squallido ascoltare anche autorevoli voci della Sinistra, non solo “estrema”, chiedere indulgenza per Cesare Battisti, magari mascherandola dietro la richiesta di una “amnistia” per tutti i reati politici dei così detti “anni di piombo”. Ed è squallida non in nome del “giustizialismo” – che la cultura della Destra, sia detto per inciso, nemmeno sa cosa possa mai essere -, ma perché, quando questa esigenza si sentì sul serio, gran parte della “intellighentia” piagnucolante di oggi fece “orecchio da mercante”. Era caduto da poco il Muro di Berlino e grandi novità affioravano alla Commissione Stragi e terrorismo quando i parlamentari dell’allora Msi-Dn e poi An lanciarono la “idea sudafricana”, quella imperniata sul concetto “indulgenza in cambio di verità”, alla stregua di quanto era accaduto appunto in Sudafrica alla caduta del regime dell’apartheid. La proposta era semplice, nella sua formulazione: sia dia una finestra di tempo, per chiedere l’applicazione dell’amnistia, da concedere in cambio di tutte le informazioni sulla propria e altrui partecipazione a eventi e processi eversivi negli anni ’70 e ’80. In questo modo, si sarebbero evitati i processi, anche le responsabilità penali e le conseguenze detentive, ma almeno si sarebbe fatta pace una volta per tutte con la la giovane, eppur tanto travagliata memoria collettiva della Repubblica. Non un “colpo di spugna”, quindi, ma l’autoanalisi e un “esame di coscienza” totale e generale dello Stato e di chi si erse a “nemico dello Stato”, per costruire un futuro politico e istituzionale diverso e migliore. Non fu possibile e la proposta, di fatto, cadde nel vuoto. Perché?
La risposta è semplice: da una parte, la Dc non aveva alcun interesse a far conoscere le operazioni a cui aveva piegato alcuni corpi dello Stato o alcuni appartenenti alle forze di sicurezza e “intelligence” del Paese; dall’altra, la Sinistra e il Pci in particolare temeva che fosse infranta l’immagine agiografica del “partito baluardo della democrazia”, facendo emergere una volta per tutte le connessioni che esistettero sia con le varie sigle brigatisti sia nella costruzione – tramite alcuni settori della magistratura e della Polizia – delle “verità giudiziarie” utili a mascherare quella con la “V” maiuscola. Poiché la “strategia della tensione” marciò su due binari: uno concreto, fatto di sangue e violenza; l’altro mediatico, fatto di depistaggi, processi farsa, persecuzioni giudiziarie inutili. E se, del primo, furono indiscussi protagonisti i gruppi eversivi, ma con qualche responsabilità anche “pubblica”; lo Stato e il sistema dell’informazione furono gli indiscussi gestori del secondo, tutto mediatico. Dunque, meglio allora perseguire lungo la vecchia strada di una non sempre reale “repressione” a tutto campo, confidando nella possibilità che gli elementi più controversi, meno controllabili e più “pericolosi” per ciò che sapevano restassero all’estero, latitanti, serviti e coccolati, come appunto Cesare Battisti. Non è un caso se, in queste ore in cui si fa la conta degli ex-terroristi latitanti, di oltre una cinquantina di nomi, solo tre appartengono alla galassia delle formazioni di estrema destra, mentre tutto il resto è di sinistra. E a ben vedere, i tre di destra che mancano ben poco potrebbero raccontare, circa i misteri d’Italia: Delfo Zorzi, per esempio, sarà anche sfuggito materialmente alla Giustizia, ma lo Stato lo ha comunque processato e assolto da tutte le imputazioni gravi; Vittorio Spadavecchia ha collezionato condanne per 15 anni, ma senza macchiarsi di sangue le mani, per lo più per reati associativi; il terzo citato dai giornali in queste ore – e qui si tocca il ridicolo – è latitante solo per i media, dal momento che, in realtà, Pasquale Belsito è attualmente ospite delle patrie galere, estradato da quella Spagna che non lo ha protetto, ma arrestato dopo una rapina là compiuta e poi spedito in Italia. Per altro, Spadavecchia non fu estradato dall’Inghilterra non per la “dottrina Mitterand” dietro cui si sono “scudati” gran parte dei “rossi”, bensì perché i tribunali inglesi non riconoscono sentenze fondate e motivate solo sulle parole dei “pentiti”, senza riscontri oggettivi, come nel suo caso. Comunque, queste sono solo precisazioni, in quanto il ragionamento principale – ora come allora – verte su ben altro, spinosissimo punto: solo dall’esame dei latitanti della Sinistra sarebbero potute emergere rivelazioni clamorose sulle pagine vergognose della Repubblica o, tutt’al più, da appartenenti ai “servizi segreti”, ai Carabinieri e alla Polizia che tutti, negli anni ’90, pensarono bene di lasciare “nei cassetti”. Oggi la situazione non è cambiata, da questo punto di vista, è semplicemente crollata la rete di connivenze internazionale, anche a livello istituzionale, che garantiva, con la dorata latitanza di tanti, il silenzio per tutti. Ecco perché invocare una generica “clemenza” per Battisti o per chissà chi altro, oltre che vergognoso, è anche e sopra a ogni altra considerazione, ipocrita.

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