Amanda Knox vince ancora: la Cedu condanna l’Italia a risarcirle 18.400 euro

giovedì 24 gennaio 13:14 - di Redazione

Amanda Knox vince ancora. Già definitivamente assolta per l’omicidio di Meredith Kercher, studentessa britannica e sua coinquilina, la giovane americana si vede ora riconoscere dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) 10.400 euro che lo Stato italiano dovrà versarle a titolo di risarcimento di danni morali, cui si aggiungono altri 8mila per le spese legali. La sentenza di Strasburgo riguarda il processo per calunnia nato a latere di quello che vedeva la Knox e l’italiano Raffaele Sollecito imputati di omicidio di primo grado davanti alla Corte di assise di Perugia. Durante un interrogatorio avvenuto pochi giorni dopo il delitto, esattamente il 6 novembre 2007, Amanda aveva accusato Patrick Lumumba, un congolese che all’epoca lavorava in un bar di Perugia, di aver ucciso Meredith. Ma Lumumba risultò del tutto estraneo ai fatti e la Knox fu condannata a tre anni.

Amanda Knox fu condannata per calunnia

Il verdetto, unanime, della Cedu si limita tuttavia a certificare un’avvenuta violazione procedurale, ma non sostanziale dell’articolo 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo (proibizione della tortura e di trattamenti inumani e degradanti) e una violazione dell’articolo 6 (diritto all’assistenza legale e all’assistenza di un interprete). In poche parole la Corte ha stabilito che «non c’è alcuna prova che Amanda Knox sia stata soggetta al trattamento inumano e degradante del quale si era lamentata». Le sarebbe però stato negato il beneficio di un’indagine approfondita, in grado di appurare i fatti e le responsabilità, in seguito all’accusa da lei formulata di essere stata maltrattata durante l’interrogatorio davanti alla polizia. Tutto questo può aver danneggiato l’intera procedura. Né le autorità italiane sono state in grado di dimostrare il contrario.

La Corte di Strasburgo: «Gravi violazioni procedurali»

Altro punto contestato alla giustizia italiana è la mancata valutazione della condotta dell’interprete, che «si concepiva come una mediatrice e aveva adottato un atteggiamento materno nei confronti della Knox», poco più ventenne e  priva di una sufficiente padronanza dell’italiano, «mentre stava formulando la sua dichiarazione». Per la Cedu, le nostre autorità   avrebbero dovuto indagare per verificare se la condotta dell’interprete fosse stata conforme a quanto previsto dalla Convenzione dei Diritti dell’Uomo e per valutare se il comportamento dell’interprete avesse avuto o meno un impatto sul risultato del processo nei confronti della Knox. Secondo la Corte, quell’iniziale mancanza aveva pertanto avuto «ripercussioni» su altri diritti e aveva «compromesso la correttezza della procedura nel suo insieme».

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