2 agosto: un appunto dell’ex-Br Senzani parla di Bologna come strage palestinese

giovedì 24 gennaio 12:38 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Che sia solo questione di gusti letterari? Così, da un lato, Gianni Barbacetto viene chiamato a illustrare e precisare una “fantomatica” rivendicazione di un attentato mai compiuto ai danni del giudice Giancarlo Stiz; mentre, dall’altro, i lavori di Gianpaolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi vengono sistematicamente ignorati, forse perché redatti con una prosa meno suggestiva e agile, forse perché troppo intervallati da note, rimandi a documenti, puntualizzazioni documentali che costringono a ragionare in modo troppo innovativo e complesso? Potrebbe trattarsi anche solo di questo, ma è lampante che al processo contro Gilberto Cavallini si dia molta attenzione per ciò che si è scritto in questi anni per consolidare l’impianto delle sentenze passate in giudicato e un radicale, aprioristico rifiuto di prendere in considerazione ciò che è stato fatto emergere su piste alternative. Fratelli d’Italia, l’altra sera, sempre in quel di Bologna, ha organizzato un partecipato convegno per permettere a Paradisi di illustrare queste ipotesi alternative, chiarendo su quali pesanti elementi indiziari e di prova siano fondate. Tra le tante cose ascoltate, una merita certamente d’essere ripetuta e portata a conoscenza del pubblico. Tra l’agosto e il dicembre del 1981, a Parigi, un noto esponente di Al Fahta, probabilmente Abu Ayad incontra alcuni membri delle varie formazioni brigatiste operanti sul teatro occidentale; una sorte di “convention del terrore”, a cui partecipa per le Brigate rosse Giovanni Senzani, appena asceso ai vertici dell’organizzazione dopo la cattura di Mario Moretti, il 4 aprile di quello stesso anno. Di questa riunione in Francia si ha la certezza in quanto, il 9 gennaio 1982, quando anche Senzani verrà arrestato, nel suo covo romano di via della Stazione a Tor Sapienza vengono rinvenuti quattro fogli di un comune quaderno, in cui sono appuntati proprio i passaggi più salienti della relazione di “Abuyal” (distorsione del nome di Abu Ayad che Senzani trascrive frettolosamente, come altri toponimi e sigle indicate nel documento). Quel che più interessa, però, è il passaggio in cui, in questa sorta di “verbale” dell’incontro, Senzani riassume l’ipotesi che Abu Ayad formula circa il tentativo di alcune organizzazioni palestinesi, forse istigate dalla Russia, di compromettere il rafforzamento dei nuovi equilibri che si stanno instaurando nell’ala mediorientale, anche grazie al nuovo atteggiamento assunto dell’Olp e da Yasser Arafat. In questo passaggio scritto di pugno da Senzani si legge: «Inoltre oggi c’è un III giocatore, peso della Europa in Medio O. [Oriente, ndr.], che oggi ha un certo controllo. C’è un asse Mitterand-Kresky [Kreisky, ndr] per il controllo politico del Medio O. e la R. [Russia, ndr] tenta in ogni modo di far saltare questa politica europea. Gli ultimi attentati gravi in Europa (Sinagoga, Bo e Trieste (?)) possono essere letti in questa chiave internazionale – (A. [Ayad, ndr] pensa così) – Così ogni altro movimento in Europa di forze rivoluzionarie e servizi segreti può essere letto in questo modo –  Andando avanti si vedranno altre dimostrazioni di ciò – altri attentati e dietro c’è sempre R. (e suoi collegati)…. – A. aspetta». Ora, a quali attentati si riferiva Ayad? A quello, per esempio della Sinagoga di Parigi, avvenuto il 3 ottobre 1980? E perché quel punto interrogativo dopo “Trieste”? Perché Senzani non ricorda alcun atto terroristico nel capoluogo giuliano, oppure perché Ayad, nel suo parlare – certamente non correttissimo quando citava nomi europei -, ha pronunciato una parola che all’orecchio di chi ha scritto l’appunto è solo sembrata “Trieste”? Potrebbe trattarsi di “Fest”, di un riferimento a quella bomba che esplose un mese prima dell’attentato parigino a Monaco, durante l’Ottobre Fest, provocando morti e feriti, il 26 settembre sempre del sanguinoso 1980? Sopra a tutto, “BO” – come appare lampante – è un riferimento a Bologna tramite la classica sigla automobilistica? Lo potrebbe spiegare solo lo stesso Senzani, ma i magistrati di Bologna non sembrano mai stati molto interessati a gettare luce su queste ombre. Nemmeno dopo che Rosario Priore, il magistrato che aveva messo le mani sulle carte di Senzani, le trasmise formalmente e correttamente ai colleghi emiliani. Scrissero, a tal proposito, Pelizzaro e Paradisi in un articolo di qualche tempo addietro: «Alle 11.45 dell’8 settembre 1983 i giudici istruttori di Bologna che indagano sulla strage alla stazione, Vito Zincani e Sergio Castaldo interrogano in qualità di “testimonio senza giuramento” Giovanni Senzani, il quale testualmente dichiara: «Sulla notizia riferita da Buzzatti secondo cui io avrei ricevuto il nome di una persona che mi aveva parlato sulla strage di Bologna non ho nulla da dire». Non risulta che gli sia stato chiesto nulla dell’olografo e soprattutto degli “ultimi gravi attentati”». L’ex-Br non tornerà mai più sull’argomento, anche perché, nonostante la cronica riapertura delle indagini e dei processi per la strage di Bologna che ancora oggi continua, nessun giudice ha mai pensato di portarlo in aula di tribunale e costringerlo a dire ciò che sa dei rapporti tra Abu Ayad e il terrorismo italiano, tra russi e palestinesi, a cosa intendesse riferirsi, scrivendo “BO” in relazione ad attentati. Senzani lavora a Firenze, neanche 100 chilometri in linea d’aria dall’aula in cui si processa Cavallini, a 30 minuti di treno: poca roba, per chi volesse veramente scoprire tutte le possibili verità su Bologna.

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