2 agosto, parla il professor Mauro Ronco: «Maggi non c’entra niente con Bologna»

venerdì 4 gennaio 16:02 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

In attesa della ripresa delle udienze, è forse utile ritornare sulle diffamanti dichiarazioni che Paolo Bolognesi ha da poco rilasciato su Carlo Maria Maggi, morto lo scorso 26 dicembre,  indicato come <sicuramente coinvolto> nell’organizzazione della Strage di Bologna. Maggi – va ricordato a beneficio dei lettori – fu condannato in via definitiva come il mandante della Strage di Piazza della Loggia, avvenuta nel 1974, due anni or sono, nel 2017. Ed è un con un bizzarro sillogismo aristotelico che, secondo Bolognesi, se Maggi fu il mandante di quella strage, non può che essere anche coinvolto nella successiva. Al di là dell’assurdità intrinseca del parallelo, su cui si è già scritto, è il caso allora di analizzare nuovamente la condanna di Maggi che qualcuno tenta di addurre come prova anche nel processo di Bologna, avvalendosi anche delle parole di Mauro Ronco, docente di Diritto penale all’Università di Padova e difensore dello sfortunato imputato.

<Maggi era innocente – sostiene ancor oggi Ronco – ed è stato solo il capro espiatorio di un processo infinito che, per altro, lo aveva visto giustamente assolvere due volte>. Già, perché anche per Brescia la “verità” giudiziaria è maturata in un percorso non solo lungo, ma anche alquanto contraddittorio: <Ciò che lascia l’amaro in bocca, in quella vicenda – aggiunge il professore -, è che due corti di merito – primo grado e appello – avevano riconosciuto Maggi innocente, certificando l’assoluta non credibilità del pentito Carlo Digilio e di Maurizio Tramonte. Poi, dopo l’annullamento disposto dalla Cassazione nel 2014 della sentenza assolutoria di secondo grado, sostanzialmente per difetti di motivazione,e lo spostamento del processo a Milano, l’esito è stato ribaltato sulla base degli stessi elementi e delle identiche deposizioni addotte nei gradi precedenti>. Per di più, quando il “grande accusatore”, Digilio, era morto, senza più quindi la possibilità di evidenziarne nuovamente le contraddizioni. <Tecnicamente – dice Ronco -, le dichiarazioni di Digilio, su cui era stato già svolto l’incidente probatorio e che erano state anche largamente appurate per false, erano utilizzabili anche nel nuovo processo, anche se, appunto, ci si sarebbe aspettata più attenzione per le prove che ne attestano la sostanziale inattendibilità; discorso diverso per Tramonte che, invece, avrebbe potuto essere risentito. Su quest’ultimo aspetto, infatti, è stato fondato anche un ricorso alla Corte europea, anche se ora, con la morte dell’interessato, non so che esito potrà avere>. Insomma, una condanna che fa tutt’altro che chiarezza, dal punto di vista storico e giudiziario. <Sicuramente, è una sentenza, quella di Maggi, che non autorizza a maggior ragione ipotizzarne anche il coinvolgimento per Bologna, su cui non esiste nemmeno un elemento indiziario che possa giustificare una tale ipotesi: si tratta di ricostruzioni che possono apparire seducenti giusto a chi le formula, ma che non hanno alcun aggancio con la realtà o con le evidenze processuali e investigative>.

Allora perché tanta premura nel confezionare “verità” che tali non sono e nel propalarle all’opinione pubblica? A questo risponde Gabriele Adinolfi, già leader di Terza posizione, chiamato recentemente a testimoniare anche nel processo contro Gilberto Cavallini: <Perché esistono troppi scheletri nell’armadio di uno Stato a sovranità limitata prigioniero delle logiche di Yalta, qual era quello italiano del dopoguerra. A tutte le componenti faceva comodo una versione fasulla che consentisse di non mettere in imbarazzo nessuna banda>. Secondo Adinolfi, Brescia sarebbe stato un “attentato partigiano”, finalizzato a spingere le Brigate rosse all’intensificazione della lotta armata: una tesi ardita, ma che ha suscitato l’interesse dell’edizione veneta del Corriere della Sera. <Nell’attentato di Brescia fu coinvolta un’intera formazione di guerriglieri rossi legata alla Stasi, i servizi della Germania dell’est – così Adinofi argomenta la tesi – che voleva esasperare gli animi per costringere le BR a varcare la soglia del sangue dopo che, al termine del sequestro del giudice Sossi, quella svolta era stata bocciata nel direttivo per 3 voti contro 2. Con la linea della “false flag”, più volte predicata da Feltrinelli, la colpa dell’attentato doveva andare ai fascisti. Ma qualcosa andò storto, tanto nell’esito  (l’ordigno esplose troppo presto) quanto nelle troppe tracce lasciate sul campo. La Questura imboccò immediatamente la pista giusta ma fu bloccata dal ministro degli interni, Paolo Emilio Taviani che affidò i depistaggi al discusso Delfino, allora capitano dei Carabinieri. Più tardi, dopo essere divenuto generale e dirigente del Sismi, quest’ultimo verrà degradato a soldato semplice in quanto condannato per truffa aggravata nella losca faccenda del sequestro Soffiantini>. Perché gli ex-Tp oggi si spendono tanto per protestare l’innocenza di condannati e imputati in processi del filone “trame nere”, dato che coinvolgono elementi di gruppi distanti dal loro? <Perché chiunque legga senza pregiudizi gli atti si può rendere conto dell’innocenza di Maggi, così come quella di Cavallini e, di conseguenza, si sente forte l’esigenza di un’opera di chiarificazione storica che faccia luce su questo periodo complesso della storia italiana. Storia da cui Terza posizione uscì immacolata, ma in cui si tentò lungamente di farla entrare> <Presto saranno assunte iniziative – conclude Adinolfi – che se incontreranno il solito muro del silenzio potrebbero concludersi in un controprocesso mediatico nel quale verranno dimostrate tutte le devianze scientemente commesse in quasi mezzo secolo ai danni della verità>.

Commenti

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  • Francesco Ciccarelli 5 gennaio 2019

    Non sarebbe nemmeno l’unico depistaggio: i documenti desecretati di archivi all’estero e le indagini di Procure e Commissioni hanno rivelato che molte spie straniere (inglesi, tedesco-orientali, israeliane, palestinesi ecc.) si aggiravano a Bologna negli stessi giorni della strage terrorista alla stazione e che esisteva un piano preciso per destabilizzare l’Italia! Le ultime inchieste hanno concluso che Mattei fu assassinato con una bomba sul suo aereo; secondo il dossier Mitrokhin, le voci sui colpi di Stato nel nostro Paese erano inventate dalla falsa propaganda del KGB attraverso il gruppo della «Repubblica».

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