Quel giorno che nella cella di Cherif Chekatt fu trovata la foto di Bin Laden (video)

giovedì 13 Dicembre 14:25 - di Paolo Lami
Strasburgo_attentato_Cherif

I Servizi di intelligence francesi monitoravano da tempo il terrorista Cherif Chekatt, il 29enne che due giorni fa, al grido di “Allah Akbar“, ha compiuto la strage di  Strasburgo al mercatino di Natale, uccidendo 3 persone – un 45enne francese appena uscito da un ristorante dopo una cena con la moglie e il figlio, un turista thailandese della stessa età e un afghano che ieri era dato in condizioni irreversibili – e ferendone 12, 6 delle quali in maniera molto grave, fra cui il reporter italiano Antonio Migalizzi, che i medici considerano inoperabile.

Cherif Chekatt aveva iniziato con rapine e violenze la sua notevole carriera criminale che, poi, prima di prendere la strada di un’estrema radicalizzazione, si era arricchita di condanne, una dietro l’altra, «27 volte per reati comuni» commessi perlopiù in Francia, ma anche in Germania e Svizzera, come conferma il procuratore antiterrorismo, Remi Heitz.
In Svizzera, Cherif è stato detenuto nel carcere di Basilea, ha rivelato la portavoce del FedPol, l’Ufficio federale di polizia, Cathy Maret. E secondo il giornale Blick, l’uomo è stato condannato nel 2013 per furto con scasso a 18 mesi, 16 dei quali scontati in carcere.

Ma è nel 2008 che gli investigatori registrano, per la prima volta, la svolta radicale di quel delinquente – «una specie di asociale, per lo più solitario», lo descrivono gli abitanti del quartiere popolare di Hohberg, nel distretto di Koenigshoffen a Strasburgo – che ha gettato nuovamente nel terrore l’Europa a pochi giorni dal Natale.

Cherif Chekatt non si era radicalizzato in carcere, secondo il quotidiano Bfmtv, ma la sua radicalizzazione era stata notata già al momento dell’ingresso e della permanenza in penitenziario, dove era stato descritto come praticante un proselitismo talvolta aggressivo. E, appunto, nel 2008, gli agenti ritrovano nella sua cella una foto di Osama Bin Laden. Tanto che, all’uscita dal carcere nel 2015, la DGSE, Direction générale de la sécurité intérieure, lo scheda come “S”, l’acronimo che sta per “sicurezza dello Stato”, ossia tra gli individui a rischio, con livello 11: la scheda “S” è suddivisa in livelli che corrispondono alle azioni da intraprendere per forze dell’ordine incaricate di controllare il sospetto.
Il livello 16 è il più basso, il numero 1 indica massima pericolosità.
Fino all’attacco di martedì sera, la sua sorveglianza da parte dei servizi di informazione nei confronti di Cherif Chekatt non si è mai interrotta e nulla lasciava presagire – secondo la Bfmtv – una radicalizzazione ulteriore o un passaggio all’azione violenta. Cosa che, invece, purtroppo, è accaduta.

L’inchiesta, ha detto ancora il magistrato antiterrorismo Remi Heitz, «è in corso. Dobbiamo localizzarlo, capire dov’è, il suo itinerario, identificare eventuali complici e coautori dell’atto».
Nel corso della perquisizione nel domicilio di Cherif sono stati trovati una granata, un fucile calibro 12, quattro coltelli, di cui due da caccia, e diverse munizioni.

La polizia francese ha diffuso la foto e la descrizione del terrorista Cherif Chekatt chiedendo, a possibili testimoni, informazioni per riuscire a trovarlo. Nella nota di allerta per le ricerche del terrorista diramata anche in Italia, viene descritto come una «persona armata e pericolosa suscettibile di viaggiare a bordo di Ford Fiesta targata CX168FD». E il suo identikit lo descrive così: capelli corti e possibilmente barbuto, alto un metro e 80 di corporatura normale, con un segno sulla fronte.

Che sia pericoloso non ci sono dubbi: «Era un criminale al 100 per cento. Ha sempre fatto qualche sciocchezza», ricorda Ahayoumen, una donna del quartiere popolare di Hohberg che conosce i genitori dell’attentatore e li descrive come «una famiglia di lavoratori, brave persone, che non sapevano cosa fare con il loro figlio».
Ahayoumen ricostruisce così la carriera criminale del terrorista 29enne: «ha iniziato con rapine e violenze. In seguito, ha fatto avanti e indietro con la prigione. Ma non ho mai pensato che sarebbe diventato un assassino».
Un quadro che trova conferma nella descrizione del disadattato che ne fa anche Karim 18 anni che, con il terrorista Cherif Chekatt  frequentava la vicina moschea: «anche alla moschea, parlava con poche persone. Una sorta di asociale, stava soprattutto da solo», ricorda il giovane, che accetta di parlare solo per prendere le distanze da azioni come quelle commesse da Cherif: “Se lo ha fatto in nome dell’Islam, è di un Islam traviato“.

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