Processo Cavallini, Stefano Sparti: «Su Mambro e Fioravanti mio padre mentì»

mercoledì 12 Dicembre 17:39 - di

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

C’è stata tensione, oggi, al processo per la Strage di Bologna, dov’era in programma la deposizione di Stefano Sparti. Chi sia Stefano Sparti, per usare le parole del Sommo, dir non è mestiero: è il figlio di quel Massimo Sparti che, a tutt’oggi, rappresenta l’unico elemento di colpevolezza “granitico” cristallizzato nelle sentenze definitive a carico di Giusva Fioravanti, Francesca Mambro; un figlio che – com’era ampiamente preannunciato -, per la prima volta in un’aula di giustizia, ha dichiarato sotto giuramento che il padre gli avrebbe confidato di aver sempre mentito, quando “inchiodò” con la sua deposizione gli ex-Nar nei precedenti dibattimenti.

C’è stata tensione perché – pur essendo logico che pubblici ministeri, parti civili e anche la Corte cerchino di valutare, se non minare la credibilità del teste -, questa pur necessaria fase dell’esame è stata condotta con uno “stile” a tratti indisponente e con atteggiamenti manifesti di insufficienza o incredulità per lo meno “irrituali”. E che si sia esagerato, almeno nella prima parte della deposizione – dove il clima è sfociato anche in un breve alterco tra Sparti e il presidente Michele Leoni -, lo testimoniano, meglio di qualunque altra possibile considerazione, lo stupore di una notissima “firma” de “La Repubblica” – testata non esattamente incline verso l’imputato e verso quanti possono fornirgli elementi a favore -, il quale, durante un’interruzione, ha replicato, a un collega che giudicava eccessiva la reazione di Stefano Sparti, con un laconico: «Beh, mi sarei arrabbiato pure io. Uno che viene a testimoniare può essere creduto o no, ma non trattato come uno scemo!»; ancor più tagliente, invece, il commento a fine seduta di un noto legale delle parti civili – cioè, rappresentante di chi avrebbe potuto addirittura esultare per l’andamento della deposizione -, il quale ha detto all’avvocato Alessandro Pellegrini: «Se fossi in te, io, presenterei istanza di ricusazione del giudice».

Esagerazioni, ma significative perché appunto espresse da chi, per Gilberto Cavallini o per Stefano Sparti, non dovrebbe o non nutre affatto alcuna simpatia. Ciò premesso, cos’ha detto Sparti? Ha detto ciò che aveva anticipato alcuni anni or sono, quando Giovanni Minoli lo fece intervistare per  La Storia siamo noi  e, cioè – oltre alla confidenza in punto di morte -, che suo padre, nei giorni di agosto in cui avrebbe incontrato a Roma Fioravanti e la Mambro e avrebbe anche saputo lì del loro coinvolgimento nell’attentato, in realtà, non si mosse da Cura di Vetralla. Pur con delle differenze sui minimi particolari di quelle giornate ormai lontane nel tempo, Stefano Sparti ha sostanzialmente confermato ciò che, per altro, testimoniarono sua madre, sua nonna e finanche l’allora collaboratrice domestica della famiglia. Poi, è chiaro, Stefano Sparti all’epoca aveva solo 11 anni e i suoi non possono che essere i ricordi di un bambino, ma è anche la memoria – come lui stesso ha chiarito – che si è stratificata nella sua mente anche in virtù del fatto che, in famiglia, di quelle giornate e di quegli episodi si è riparlato mille volte. Anzi, a voler essere fiscali, nel soppesare la credibilità di Stefano Sparti, è proprio la sua vena di fragilità, nella personalità e nel racconto, a renderlo effettivamente credibile. Oltre al fatto, tutt’altro che indifferente, di non aver motivo alcuno – al contrario del padre – per raccontare qualcosa di diverso da quello che effettivamente ricorda. Certo, negli ultimi anni, sopra a tutto dopo l’intervista a Minoli, con Fioravanti e la Mambro ha stretto un legame che lui stesso definisce di amicizia, ma l’amicizia personale non è certo ragione sufficiente per immaginare che uno si sieda al banco dei testimoni per rendere false dichiarazioni. Poi, è chiaro, tutto è discutibile e si può anche essere convinti che, se uno dice di ricordarsi dell’arrivo di Cristiano Fioravanti a Cura di Vetralla a bordo di un taxi, non è credibile in quanto, dopo non avrebbe chiesto all’amico il <perché sia venuto fin lì in taxi>. Curioso esercizio, questo, di psicologia infantile, in base al quale una suggestione che resta impressa nella memoria di un bambino può essere vera solo se il bambino si è anche interrogato sulla causa della suggestione stessa. Chissà cosa ne penserebbe Jean Piaget, di un tale assioma. Oppure, che siccome un teste non ricorda la data della separazione dei genitori, non sarebbe credibile anche su tutto il resto: elemento, questo, che escluderebbe dalla possibilità di deporre in tribunale quasi tutti gli uomini sposati del Paese, se non del mondo, avvezzi, con buona pace delle rispettive signore, a dimenticarsi sovente anche della data del loro matrimonio, prima ancora di quella del divorzio altrui. Semmai, si potrà sostenere che, da un punto di vista strettamente processuale, quello di Stefano Sparti è stato un contributo in termini esclusivamente “suggestivi”, dato che non possono esistere prove “materiali” a supporto del suo racconto; ma, a voler essere altrettanto fiscali, non ne esistono tutt’ora nemmeno alle parole del defunto padre smentite dal figlio, parole che, anzi, non ressero all’unica verifica possibile, quella sul colore dei capelli della Mambro. Con una differenza, tra padre e figlio: la deposizione del padre può essere facilmente gravata dal sospetto di essere stata “interessata”, vista la nota vicenda della sua scarcerazione successiva alla tanto discussa testimonianza; quella del figlio, invece, la si è ascoltata nell’assoluta certezza che Stefano Sparti non ha avuto e non ha alcun interesse a renderla e nulla da farsi perdonare o scontare dalla giustizia. E non è differenza da poco.

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