Processo 2 agosto: Zani smentisce le tesi dell’accusa contro Cavallini

lunedì 12 novembre 15:09 - di Massimiliano Mazzanti
Strage di Bologna

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Nel dibattimento penale – luogo, va ricordato, dove deve formarsi la prova dell’eventuale colpevolezza dell’imputato: prima, nelle indagini, tecnicamente ci sono solo indizi -, se una delle parti convoca un testimone al banco è perché, evidentemente, dà credito a ciò che potrà illustrare alla corte. Dunque, al processo contro Gilberto Cavallini, se le parti civili hanno ritenuto di ascoltare Fabrizio Zani, è perché erano fermamente convinte della sostanziale sincerità con cui avrebbe smentito o confermato le circostanze di cui era stato protagonista e testimone quando, negli anni ’80, faceva parte della galassia della “eversione nera”. Zani – va precisato a beneficio dei lettori meno avvezzi alla storia del terrorismo, processualmente parlando è un “irriducibile”. Venendo al dunque, Zani è stato portato a Bologna nell’attuale processo per parlare in particolare del famoso covo di Torino, quello di via Monte Asolone 63, dove gli investigatori avrebbero trovato, tra le altre cose, i famosi spezzoni di targa con cui si vorrebbe collegare i Nar all’omicidio di Piersanti Mattarella. All’udienza dello scorso 31 ottobre a Zani sono state poste molte domande su questo tema, ma le risposte non sono state esattamente quelle che le parti civili evidentemente si attendevano. Anzi, l’ex-terrorista – anche perdendo la calma in un paio d’occasioni e costringendo il presidente della Corte d’Assise ad alzare a sua volta la voce per riportare serenità in aula – ha smentito che quelle targhe si trovassero dove i carabinieri dissero di averle trovate. Sempre per meglio contestualizzare i fatti, dev’essere ricordato che, individuato l’appartamento come un “covo” di eversori di destra, i carabinieri, non trovandovi nessuno, attesero diversi giorni prima di entrarvi una seconda volta e smantellarlo definitivamente il 20 ottobre 1982. Per altro, come si è già detto anche nel corso dell’attuale dibattimento a Bologna, dello smantellamento del “covo” e del relativo sequestro di materiali probatori esistono almeno due diversi verbali che non corrispondono esattamente tra loro, anzi, presentano notevolissime differenze. Ebbene, Zani ha protestato decisamente che tanta di quella roba che fu scritto essere stata trovata in via Monte Asolone 63 non c’era, fin tanto che quel luogo era stato la casa sua e di sua moglie, Jeanne Cogolli. «Quei verbali sono completamente falsi», conferma ulteriormente al telefono ancora oggi. Dunque, chi ha portato quella roba nella casa di Zani e da dove? Secondo Zani, almeno parte di quel materiale potrebbe essere stato sequestrato altrove, in un altro “covo” Nar di Torino, smantellato contestualmente all’arresto di Mauro Ansaldi, altro estremista di destra che, quando fu catturato, si pentì immediatamente e cominciò a collaborare con gli inquirenti e gli investigatori, anche con funzioni di “provocatore”. Insomma, chiamato dalle parti civili a confermare i particolari che legherebbero Cavallini e Fioravanti al delitto Mattarella, Zani ha sostanzialmente smentito i fatti, denunciando una montatura che, all’epoca, evidentemente qualcuno architettò per incastrare i Nar anche per l’eccellente delitto di Mafia consumato due anni prima. Ovviamente, a Zani si può credere, oppure no, ma resta il fatto – processualmente fondamentale – d’essere stato messo in gioco dall’accusa, mica dalla difesa. Messo in gioco, però, per subire l’ennesima autorete.

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